Genova, oltre le trofie c’è di più. di Silvia Buriolla


Non sono brava a scrivere e nemmeno ad esprimere emozioni. Figurarsi nella combo dei due.
Li trovo compiti difficilissimi forse perché, in fin dei conti, richiedono entrambi un dover fare mente locale, un tirare le somme di qualcosa.

Non sono brava nemmeno nei resoconti, effettivamente.

Ci sono tantissime cose in cui non sono brava, ora che ci penso.
Talmente tante che una volta partita, potrei andare avanti all’infinito.

Però ci sono anche cose che so fare. Per esempio, so ascoltare il mio istinto le poche volte che mi parla. L’ultima è stata quando ho letto la mail per inviare la candidatura al progetto Clerkita. Lettura, risposta. Tempo trascorso tra le due azioni: il tempo tecnico di pigiare tutti i tasti per rispondere a ciò che veniva richiesto. Archivio l’e-mail ed archivio la questione. Tanto non andrà in porto nulla, di solito sono sfortunata o c’è qualcuno con più competenze che viene scelto. Ma forse la sfortuna mi piace di più, almeno non devo dare la colpa a me stessa.
Altra settimana, altra mail. “Ci hanno assegnato Genova, ti mando i documenti da compilare per partire”. E ora che si fa? Poco per decidere, un mese per partire. Vado d’istinto, ancora. Entro la mattina successiva stampo tutte le scartoffie del caso e faccio il bonifico.

Un mese e si parte. Un mese e ci si allontana dall’ambiente più familiare che ho avuto negli ultimi cinque anni. Un mese e si viene catapultati in un contesto totalmente estraneo.
So che non è il viaggio della vita, forse non è nemmeno un viaggio. Sono sei ore di treno, e che ci vuole? Genova è molto più vicina delle mete che, ad esempio, vengono assegnate nei progetti Clerkship.
Se non è la distanza, allora cos’è? Scherzando la definisco ansia sociale; quella paura dell’affrontare contesti e persone nuovi, di buttarsi nelle situazioni, da sola. Il timore di non riuscire ad inserirsi ed ambientarsi, un po’ per insicurezza, un po’ per timidezza. Che forse sono la stessa cosa.
Penso sia un timore classico, la differenza la fa come si cerca di farne fronte. Penso penso e mi fascio la testa. A che serve? Ormai si parte e basta. Meglio veicolare le energie nei preparativi.

Iniziano i primi contatti con i Sismici genovesi. L’apparenza inganna, ma speriamo che questa volta ci azzecchi perché la prima impressione è ottima.
Prenoto i biglietti, preparo la valigia ed il primo Marzo si parte. Portogruaro-Mestre-Milano-Genova. In sei ore passo dalla bassa friulana alla terra del pesto, dove inizia il gioco del “con quell’accento…di dove sei?”.
In stazione mi aspettano due ragazze, una delle quali è la mia CP, una specie di baby sitter per i miei primi giorni. E’ la prima volta che le vedo, ma ci abbracciamo e ci sorridiamo come fossimo già amiche. Mi accompagnano in quella che sarà la mia casa per un mese. Conosco la mia coinquilina, ma il giorno dopo deve sostenere l’esame di Anatomia Patologica quindi usciamo subito. Inizia la prima gita. Si va al mare, in corso Italia. Non ci sono né H&M né intimissimi, ma una bellissima passeggiata rialzata rispetto alla spiaggia. La sorpresa più grande si trova quasi alla fine.
Si svolta l’ultima curva e ci si trova davanti al piccolo golfo di Boccadasse. Scrivete Genova sulla ricerca immagini ed è il primo risultato che troverete.

genova 1

Ho la fortuna di vederla con il sole e scatta il primo innamoramento del mese.
Mangiamo un gelato appollaiate su dei sassi sulla spiaggia, ci godiamo il panorama ed il bel tempo. Due chiacchere e si riparte. Contapassi alle stelle, piedi stressatissimi.
Genova ha preso in prestito da Trieste i suoi dislivelli e li ha maggiorati. Passeggiamo tutto il pomeriggio, torno a casa distrutta.
Prima cena con la nuova famiglia e le nuove tradizioni. Le trofie con il pesto mi riservano una buona accoglienza e tamponano bene la stanchezza.
Cibo, quattro chiacchere e a nanna presto perché il mattino successivo è il grande giorno di inserimento in corsia. Mi addormento in un battibaleno.
Sveglia alle 7, tempi biblici per prepararsi ed alle otto sono in reparto.
Tra casa e reparto ci sono 5 minuti e troppe scale. Complice la mia poca sportività, arrivo sudata e senza un polmone. Mi presento da ansimante maratoneta, mi cambio e cerco di mimetizzarmi tra gli autoctoni.

Sono in Oncologia, ma paradossalmente trovo più sorrisi e tranquillità qui che in tutte le due torri di Cattinara. Trovo serenità e consapevolezza, in ogni loro sfaccettatura.
Il primo giorno lo passo in reparto, tra cartelle e giro visite. I successivi saranno diversi, ho abbastanza autonomia e posso scegliere a quali attività partecipare.
Personalmente prediligo l’ambulatorio, mi consente di vedere più persone, visitarle e scambiarci due parole. Mi capita di dover gestire da sola prime visite e cartelle cliniche da compilare ex novo. Prova di fiducia o incoscienza? Ancora non mi so rispondere. Quello che so è che il rischio vale fino in fondo le cose che imparo.
A valere sono anche le lacrime che blocco quando una mamma od un papà parlano commossi dei propri figli. Figli che diventano senso del loro voler guarire, obiettivo di una lotta che a volte è già persa in partenza, ma alla quale fino all’ultimo non ci si vuole arrendere.
Ecco un’altra cosa che ho imparato, forse la più importante. Ho imparato cosa significhi la speranza, oltre ogni destino al quale si è assegnati. Ho imparato a non guardare con compassione, a non compatire, ma ad ammirare la forza d’animo di tutti che si poteva declinare sia nel mostrarsi d’acciaio che nel rivelarsi vulnerabili e fragili, totalmente disarmati.
Metto in fila ore, volti e nomi. Inizio ad ambientarmi sia dentro che fuori dal reparto.
Conosco gli altri Incomings e faccio i conti con la mia invidiabile ignoranza linguistica.
Iniziano le uscite, anche se francamente prediligo giocare in casa ed uscire con i sismici italiani. Mi fanno sentire subito a casa, una di loro. Per la prima volta scopro di riuscire ad essere un animale sociale e non è affatto male come sensazione. In poche serate abbattono tutte le paure con le quali sono partita.
Forse il senso della mia Clerkita è stato proprio questo, l’abbattere la paura, il timore, l’ansia.

Se dovessi riassumere la mia esperienza, non metterei in fila aneddoti su cosa ho fatto o visto, ma direi semplicemente che sono tornata sentendomi più grande di come sono partita.
Più grande e più consapevole dell’importanza che rivestono le persone che si incontrano.
Penso che il fattore fortuna sia determinante. Sono stata molto fortunata, in tutto questo.

Sono partita impaurita, sono tornata malinconica.
Sono partita con l’attaccamento a casa ed alle persone che ci lasciavo, sono tornata con il cuore un po’ più grande per farci stare Genova ed i nuovi amici.