SILOS di Arturo Penco


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È il 5 dicembre, il giorno prima di San Nicolò e siamo a pranzare nel giardino di via San Michele, in attesa di andare con Laura e Andrea a vedere la situazione in cui versa il Silos e soprattutto di chi lo abita.

È una bella giornata autunnale, il sole ci riscalda mentre mangiamo su un tavolino all’aperto tra bambini giocosi e affamati e genitori un po’ meno giocosi ma altrettanto affamati. Oggi il menù preparato da Saha, la cuoca marocchina, è veramente ricco, tra pizza al topinambur e del cous cous pieno di sapori arabi e dei dolcetti di datteri, canapa e lino. Laura ci presenta Rovatti, filosofo triestino. Parliamo (in realtà parla principalmente lui) riguardo la facoltà di filosofia a Trieste, di come sarebbe utile integrare un approccio filosofico assieme a quello scientifico nella medicina, degli aspetti negativi della società e di fuga di cervelli. Ci racconta anche la storia delle sue origini, ai tempi della seconda guerra mondiale, quando aveva solo 6 mesi. Una storia di migrazione, di fuga dalla guerra e di vagabondaggio di una famiglia da una città all’altra alla ricerca di una sistemazione e di un lavoro. Una storia che non è così dissimile dalle storie dei migranti che arrivano da noi. Arriva l’ora di andare, salutiamo Rovatti e assieme a Laura e Andrea ci incamminiamo. Dal paradiso scendiamo verso l’inferno. Passiamo per le vie del centro, tra bancarelle, luci di Natale, gente intenta a fare regali o a prendersi un caffè al bar. Il sole non c’è più, è stato coperto da delle nuvole grigie, e la temperatura cala in fretta. Arriviamo dunque al Silos, terra di nessuno a due passi dalla stazione dei treni e dal Portovecchio. Laura ci racconta che chi ci “abita” proviene principalmente da Afghanistan e Pakistan. Sono appena arrivati in Italia, e stanno al Silos in attesa di fare la richiesta d’asilo e che questa venga esaminata. A volte passano anche tre mesi. Sono tutti ragazzi giovani, le famiglie con donne e bambini vengono trasferite in luoghi più adatti. Ci scorgono da lontano, qualcuno fischia per avvisare che stiamo arrivando. Un gruppetto gioca a pallavolo su un campo improvvisato, composto essenzialmente da una rete. Due ragazzi afgani ci vengono incontro, Laura li conosce, ce li presenta. Hanno un aspetto particolare, c’è qualcosa di arabo e qualcosa di dell’Asia più profonda nei loro lineamenti. Uno dei due la ringrazia dei pantaloni Adidas che gli ha portato qualche giorno prima. Dice che vorrebbe un cagnolino bianco. Laura ci dice: “Mi chiedono sempre di portare un cane, di colore bianco poi, chissà perché bianco. Credo che più che altro vogliano un po’ di affetto”. Scambiamo qualche parola, un po’ in italiano e un po’ in inglese. Laura li rimprovera amichevolmente, li ha invitati a mangiare la pizza a pranzo ma non è venuto nessuno. “Vi aspetto il prossimo sabato, mi raccomando”. Facciamo un giro per l’accampamento. Assomiglia a un campo profughi. Ci sono dei rudimentali ripari per dormire. Strutture che stanno in piedi per miracolo, fatte con ciò che si trova, cartoni, sacchi di plastica, teloni e quant’altro. Ci sono un sacco di fuochi spenti, un paio invece sono accesi, più per fare calore che per cucinare. Le pentole infatti scarseggiano e quelle poche che ci sono, sono annerite e bruciate. Ci viene detto che quando piove o c’è bora, la situazione diventa ancora più infernale. Si riempie tutto d’acqua e di fango e accendono fuochi per scaldarsi con ciò che trovano, sostanzialmente rifiuti. L’aria diventa irrespirabile e gli occhi diventano rossi. Un inceneritore in scala. È un luogo dove fa angoscia andarci, figurarsi viverci. Non ci sono bagni e hanno diritto a una doccia alla settimana in un posto là vicino. Torniamo nel grande piazzale vicino all’entrata, nel frattempo sono arrivati dei furgoni pieni di vestiti e cibo. “Sono sloveni, di Capodistria”, ci dice Laura, “la maggior parte delle associazioni che portano cose non sono di Trieste, tantomeno italiane”. I ragazzi si riversano verso il furgone in modo indisciplinato, i volontari sloveni li organizzano in file più o meno ordinate. Si comincia dalle scarpe, contenute in scatoloni divisi a seconda del numero. Un ragazzo afgano sulla trentina fa da coordinatore, urlando agli altri il numero e distribuendo le scarpe. Ma non è facile tenerli a bada, sono giovani, irruenti, indisciplinati e temono di restare senza scarpe. Finite le scarpe, tocca alla distribuzione del cibo e la ressa aumenta ancora. Cibo in scatola, crackers e cose del genere, ma ci si avventano sopra come se fosse un buffet. Un ragazzo ci passa accanto con le sue scarpe “nuove” (si fa per dire) e ci ringrazia. Arrivano altri volontari di un paio di associazioni triestine a dare una mano. Sono ragazzi della nostra età, volenterosi nel dare una mano ma senza un vero progetto, un’idea di fondo. È lampante come manchi un’organizzazione vera e propria. Il tutto è in mano a poche piccole associazioni che danno il loro contributo ma tutte a loro modo, chi in maniera più organizzata e chi meno. È tempo di andare, ci incamminiamo verso la stazione e ci ritroviamo immersi immediatamente nel tran-tran cittadino, tra automobili, motorini, autobus, gente che passeggia, gente che prende un treno o che è appena arrivata. Chissà quanti tra loro sono consci di cosa succede a pochi metri da lì. È sorprendente quanto il Silos sia così vicino eppure così lontano dalla città, tanto oggetto di discussione ma al contempo oggetto di indifferenza verso chi ci vive in quelle condizioni. Mi vengono in mente le parole di Primo Levi in “Se questo è un uomo”. E mi chiedo, se qualcuno accetta di vivere in una situazione di degrado come questa, dopo aver fatto migliaia di chilometri con mezzi di fortuna e aver rischiato di morire, da cosa scappa? Forse non riusciamo nemmeno a immaginarcelo, da cosa scappano.