Una mattina a Plovdiv di Ginevra Morgante


Sono le 6.45 quando suona la sveglia nella mia piccola stanza del dormitorio degli studenti di Medicina a Plovdiv.
Non so quale principio fisico governi questo fenomeno, ma da quando sono arrivata non ho trovato nessun problema ad alzarmi a questi orari per me innaturali, ogni giorno.
Questo non significa però che io sia puntuale: ho ancora l’asciugamano avvolto intorno ai capelli bagnati quando la mia compagna di tirocinio Melike, una ragazza turca molto dolce, bussa alla porta della stanza. Panico. Cerco di fare più cose possibile per prepararmi, nel tempo che normalmente sarebbe richiesto ad una persona per aprire la porta di una piccola stanza. Trovo Melike che sorride, come sempre, e disperatamente le dico che mi serve ancora un attimo per asciugarmi i capelli e poi arrivo. Lei sta ancora facendo colazione, sta mangiando una banana (perché non utilizzo anche io lo stesso sistema e invece perdo tanto tempo a fare colazione con calma e poi mi ritrovo a correre?) e mentre mastica solleva le spalle e mi dimostra che non c’è nessun problema.
In pochi minuti finalmente sono pronta e ci incamminiamo verso l’ospedale.
Fa già caldo, siamo a metà Agosto e in questo periodo le temperature a Plovdiv volano verso i quaranta gradi.
Le strade ormai mi sono familiari e quasi quasi mi piace la zona, cosa che mai avrei creduto potesse capitare due settimane prima, quando ero arrivata. Era sera e pioveva a dirotto al mio arrivo, avevo visto in lontananza l’ospedale decadente e l’avevo scambiato per un palazzo abbandonato da chissà quanto tempo. Quando il mio Contact Person me l’aveva indicato come l’ospedale universitario avevo avuto un tuffo al cuore. Le strade intorno all’ospedale erano quelle tipiche di una periferia di una città dell’ex-Unione Sovietica. Palazzoni grigi, strettamente addossati l’uno all’altro e strade un po’ dissestate.
Tra questi per fortuna però spiccava il dormitorio degli studenti, un palazzo nuovo.
Già qualche giorno dopo però mi ero ricreduta sul luogo dove vivevamo. Le strade in fondo erano pulite, c’era in realtà molto verde tra i palazzi e lungo le strade e l’ambiente era molto tranquillo. Forse era stato il grigiore della serata piovosa a nascondere tutto ciò.
Io e Melike camminiamo al sole che ancora non brucia, verso l’ospedale. Temo un po’ questa giornata perché all’interno dei reparti non c’è l’aria condizionata e si soffre abbastanza per il caldo.
Chiacchieriamo allegramente però mentre attraversiamo una zona non trafficata e completamente invasa da sterpaglie, che separa la strada dall’ospedale.
Dall’entrata si arriva subito nel reparto di odontostomatologia, sempre affollatissimo, dove tante persone attendono fuori dagli ambulatori il loro turno, in un angusto corridoio dall’aria stantia. Dall’aspetto sono sempre tutti o Rom o poveri. Dopo tutto sono questi coloro che si rivolgono all’ospedale pubblico e non a quegli ospedali privati modernissimi che si stagliano tra i palazzoni di periferia, subito accanto a quello in cui mi trovo al momento, dalle grandi vetrate illuminate e molto più invitanti, ma purtroppo accessibili solamente ad un’estrema minoranza.
Ci cambiamo e ci dirigiamo verso il reparto di ginecologia. Prendiamo un minuscolo ascensore, uno dei pochi, necessari a tutti i pazienti e parenti che accedono all’ospedale, si sta molto stretti e fa molto caldo. E’ particolare poi perché si ferma nel momento in cui viene aperta la porta a spinta, dai passeggeri. Bisogna quindi fare attenzione ad essere arrivati perfettamente al piano desiderato (e a non volare fuori dall’ascensore inciampando sul pavimento, nel caso ci si fosse fermati un po’ prima di arrivare al livello giusto del piano, come sarebbe capitato a me più volte durante il mese di tirocinio).
Il reparto di ginecologia è piuttosto tranquillo, governato da un primario molto severo.
La dottoressa che seguiamo noi è molto competente e una maga dell’ecografo. Passiamo molto tempo con lei in una piccola stanza dove ci dimostra le sue prodezze. Non hanno molti fondi in questo ospedale e non possono permettersi ecografi di ultima generazione. Ma lei riesce ad ottenerne il meglio e questo le basta. L’ha raccontato a me e Melike un ragazzo tesista che la ammira molto.
E’ molto severa questa dottoressa e non dimostra mai particolare affetto nei nostri confronti ma quando lo trova, ci dedica sempre del tempo per spiegarci qualcosa.
E’ la nostra tutor perché è l’unica, oltre al primario che però è costantemente impegnato, a parlare in inglese nel reparto. Tutti gli altri “no English, no no”, nemmeno gli studenti.
Nonostante ciò ci siamo comunque ambientate all’interno dell’ospedale e abbiamo trovato diversi agganci tra studenti dell’ultimo anno, disponibili a portarci in giro per i reparti e specializzandi.
La cosa più bella però è il rapporto che pian piano si è creato tra me e Melike.
Lei è sempre curiosissima, si pone domande su qualunque cosa veda nei reparti e mi porta quindi a vedere tutto in un’ottica diversa da quella a cui ero abituata. Ci ritroviamo quindi a discutere di ogni caso che incontriamo, di ogni manovra eseguita da un medico o da un infermiere, su ogni aspetto dell’ospedale e del sistema sanitario. Da qui i dibattiti prendono sempre anche altre pieghe e nei momenti vuoti dei tirocini parliamo anche della situazione politica in Turchia, sulle guerre e sugli altri problemi che affliggono l’umanità (ma ovviamente anche di argomenti più leggeri, altrimenti sarei uscita sfinita da questo viaggio).
Si tratta di una di quelle amicizie che non possono che essere destinate a durare per sempre, perché nate in contesti favorevoli, dove le esperienze condivise, costruite su un background simile (siamo entrambe studentesse di Medicina, più o meno della stessa età) ma che è caratterizzato allo stesso tempo anche da importanti differenze culturali, permettono di aprire un confronto su tutti gli ambiti della nostra vita, che non può mai finire di intrecciarsi, di allontanarsi ma per poi ritornare allo stesso punto iniziale, cioè il fatto che siamo due ragazze che hanno deciso di trascorrere un mese assieme in un progetto nato dall’idea di altri ragazzi esattamente come noi.
Vorrei intraprendere un’altra Clerkship per rivivere una nuova amicizia di questo tipo, ma preferisco augurare a chi deve ancora intraprendere questa esperienza la fortuna di trovare una Melike per sé stesso.