On the road to Plovdiv: incontri di Ginevra Morgante


È sera alla stazione degli autobus di Trieste.
Aspetto con mia madre che arrivi il pullman che mi permetterà di arrivare il giorno seguente a Sofia, capitale della Bulgaria. E’ parecchio in ritardo.
C’è solamente un piccolo gruppo di signore, intorno alla sessantina, che chiacchierano amichevolmente, cariche di valigie e borse. Parlano tutte in lingua slava; stanno molto probabilmente tornando a casa loro dopo un periodo di lavoro a Trieste.
Parliamo un po’ e scopriamo che effettivamente sono delle badanti che stanno per ricongiungersi con i loro cari, finalmente.
Con quasi due ore di ritardo arriva finalmente l’autobus; saluto mia madre, che come sempre è un po’ ansiosa perché è convinta che in qualche modo riuscirò a perdermi e non arriverò mai in Bulgaria, figuriamoci nella mia stanza del dormitorio a Plovdiv. Ciò che la tranquillizza però è la presenza di quelle signore amichevoli; spera probabilmente che potranno fare da badante anche a me.
Con un po’ di ansia trasmessa da lei, salgo sull’autobus e la saluto dal finestrino.
Mi siedo nel mio angusto spazio; c’è molta confusione sull’autobus. Sono l’unica italiana e tutti parlano a gran voce in lingue a me sconosciute. Sono di ottimo umore però, probabilmente sono tutti contenti di ritornare dalle loro famiglie.
Sono seduta accanto ad una signora un po’ anziana, che comincia subito a parlarmi rapidamente in una lingua che presumo sia bulgaro; provo a parlarle in inglese ma non lo conosce.
A gesti le comunico che non capisco quello che sta cercando di dirmi e che sono italiana. Ride tantissimo. Forse, giustamente, di quanto sono impacciata nel comunicare a gesti. Continua a parlare molto in bulgaro e io continuo a cercare di spiegarle che non comprendo.
Finalmente tira fuori un piccolo dizionario italiano-bulgaro e proviamo un po’ a comunicare. Capisco che è stata in vacanza in Italia, che le è piaciuta tantissimo e che era la prima volta che vi andava. Adesso sta tornando in un piccolo paese bulgaro, non lontano da Plovdiv. Mi dice che Plovdiv è molto carina e questo mi rincuora.
Cerco ad un certo punto però di spiegarle che non riesco più a leggere il suo vocabolario su cui mi indica le parole che vuole utilizzare perché leggere sull’autobus mi causa mal di stomaco. In effetti sto già abbastanza male. Spiegarlo a gesti però è difficilissimo e lei ride. Dice qualcosa in bulgaro a quelli seduti vicino a me che mi guardano e anche loro ridacchiano. Provo a chiedere a loro se conoscono l’inglese o l’italiano. Nessuno.
Finalmente mi comprende e subito tira fuori dalla borsa una bustina con una specie di polvere salatissima, che sembra dado da brodo, che mi dice serve a far passare il mal di macchina. Ne provo un po’ ed effettivamente poi non sono stata male (una sete tremenda sicuramente però mi è venuta).
Nel frattempo abbiamo visto sfilare le luci di Trieste fuori dai finestrini mentre saliamo per le strade che portano sul Carso e poi al confine con la Slovenia. E’ buio quando arriviamo a Lubiana per la prima fermata.
Cerco il bagno della stazione assieme ad una signora molto dolce, anche lei slava, che mi aiuta con le mie borse. Parla abbastanza bene l’italiano. Anche lei lavora in Italia, non ha un brutto lavoro, è una segretaria in un ufficio. Ma il suo desiderio è quello di tornare a casa dalla sua famiglia.
Mangio il mio panino assieme ad un ragazzo bulgaro con i capelli lunghi, che durante il viaggio non mi aveva dato l’impressione di essere molto amichevole ma in realtà è molto aperto e simpatico, e parla un po’ di inglese. Mi spiega che lui era in vacanza in Italia perché ha un amico che vive lì. Lui è universitario a Sofia e per mantenersi fa il tassista. Sorride molto.
Si ritorna sull’autobus, adesso è tardi e le voci cominciano ad affievolirsi. C’è vicino a me una famiglia che dall’aspetto sembra Rom, con dei bambini che ormai dormono tranquilli.
Lo spazio però è molto ristretto e tra le mie borse non riesco a districarmi. La signora bulgara vicino a me mi guarda e mi porge subito il suo cuscino gonfiabile. A gesti bruschi, ma è molto gentile.
Le spiego che non è necessario ma lei insiste e mi indica che lei ha il finestrino accanto a sé su cui appoggiarsi. Commossa dal gesto così gentile accetto ed è una manna dal cielo. Presto dormo anche io.
Arriva la prima dogana con la Croazia e vengo svegliata. Fuori è buio e, nonostante sia Agosto, è anche abbastanza freddo.
CI fanno scendere e metterci in fila per mostrare il passaporto.
Mi si avvicinano le signore che erano presenti con me alla fermata. Mi dicono che avevano notato che mia madre era un po’ ansiosa della mia partenza e che se avessi avuto bisogno di qualunque cosa loro ci sarebbero state. Mi scaldano il cuore. Hanno tutte un aspetto austero, sono donne ormai con un’età inoltrata ma sono forzute e con lo sguardo deciso, ma molto buone e mi sento subito come se fossi in famiglia. Loro sono più sveglie di me in quel momento e chiacchierano animatamente. Spiego loro che sono una studentessa di Medicina e che sto andando a fare un periodo di tirocinio a Plovdiv. Stupisce molto che io sia una ragazza italiana che fa il percorso inverso rispetto a quello che normalmente fanno i bulgari, ovvero andare a studiare in Italia. Spiego che io sono molto contenta di farlo, per conoscere nuovi luoghi e altri sistemi sanitari. Anche loro mi confermano che Plovdiv è molto carina.
sono tutte badanti e lavorano per l’intero anno a Trieste, lontano da mariti, figli e nipoti, che vedono solamente nel mese di pausa che si concedono d’estate. Sono davvero donne forti.
Da quel momento in poi l’intero viaggio l’ho fatto accompagnata da loro. Faccio colazione con loro negli autogrill della Serbia all’alba, mi aiutano con lo zaino se devo andare in bagno, mi danno consigli di ogni tipo. Sono con me per tutte le 17 ore di pullman che separano Trieste da Sofia.
E’ mezzogiorno quando arriviamo. Saluto la signora bulgara che mi aveva prestato il suo cuscino e la ringrazio molto. Mi fa un altro discorso parlando rapidamente in bulgaro, questa volta non dico nulla e sorrido. A questo punto ho imparato che anche in Bulgaria si può salutare con un “Ciao” e quindi così dipartiamo.
Le altre signore, le mie compagne di viaggio, mi mostrano come tutto lì sia scritto in cirillico e che nessuno parla inglese. I primi euro mi aiutano loro a cambiarli in Leva bulgari alla stazione degli autobus e mi aiutano a comprare i biglietti per l’autobus che mi porterà a Plovdiv. E’ il momento dei saluti. Le ringrazio quanto posso, loro mi augurano in tutti i modi ogni bene nella vita. Una di loro mi dà persino il suo numero di cellulare perché io le scriva nel momento in cui fossi arrivata Plovdiv e per sapere se tutto andasse bene e anche per sentirci una volta fossimo state di nuovo entrambe a Trieste.
Dopo i saluti, mi affidano ad una donna che loro sapevano essere diretta a Plovdiv. L’avevo già notata precedentemente: è una donna più giovane dall’aspetto molto mascolino, con i capelli neri tagliati a spazzola e una grossa catena d’argento al collo. Durante il viaggio era spesso in piedi a parlare a gran voce con i suoi vicini. A prima vista quasi mi spaventa, non sorride mai.
Ma l’apparenza mi ha ingannata di nuovo e me ne pento. Tanto è particolare d’aspetto tanto è gentile. Mi porta con sé alla fermata dell’autobus per Plovdiv. Non parla italiano e nemmeno lei conosce una parola di inglese. Facciamo fatica a comunicare e anche lei ride un po’.
Mi fa sedere accanto a sé. Capisco che mi sta chiedendo a quale fermata devo scendere. Le mostro sul cellulare il nome della stazione di Plovdiv. Mi comunica che lei mi farà capire quando dovrò scendere.
Guardo fuori dal finestrino: siamo nella periferia di Sofia ancora e si vedono solo palazzoni grigi decadenti, dall’aspetto totalmente inabitabile.
Il paesaggio non è dei più belli, subito dopo ci troviamo in una campagna un po’ brulla e vuota. Le strade sono abbastanza dissestate e l’autobus ha frequenti sobbalzi.
Comincia a diluviare, giusto per il mio arrivo a Plovdiv.
Arrivata alla mia fermata, saluto la mia compagna di viaggio che mi stringe la mano in modo deciso e mi dice qualcosa in bulgaro che penso sia un augurio.
La saluto e scendo sotto la pioggia all’autostazione.
Non mi sento assolutamente sola, ho fatto amicizia con persone che in altre situazioni non avrei mai pensato potessero diventare amiche, per differenze di ogni tipo, come il background ma soprattutto l’età. Le persone gentili si trovano ovunque però, in qualunque situazione, di qualunque etnia siano, di qualunque aspetto. Mi sento rincuorata e pronta ad affrontare la parte ancora più avvincente del viaggio, che mi porterà a trovare nuove amicizie e a costruire quella che poi sarà la mia “famiglia” per un mese.