Transbalcanica di Giulio Liccari‏

Questo non è un reportage scritto da un giornalista, ma un segmento di vita speso in Grecia. Scrivo solo le mie impressioni e non pretendo di dare delle verità assolute sulla Grecia e sulla sua gente, prendete quello che scrivo come un racconto, un racconto di viaggio.
Durante questi trentanove giorni ho incontrato ex militari girovaghi, dottori fotografi depressi, insegnanti di storia e filosofia transbalcanici, dissidenti iraniani, aspiranti cantautori italiani, attivisti siriani espatriati e il receptionist dell’ostello di Istanbul che si rivela essere il nipote di Sorrentino. Senza dimenticare quarantasei aspiranti medici da quindici nazioni diverse.

Partì con alcuni amici in pullman la notte 30 luglio da Trieste per raggiungere Belgrado.
A Belgrado ero già stato, ma di passaggio. Non avevo grandi ricordi della città, se non delle sue bellissime ragazze. Girammo la città e passammo una notte in un ostello del centro. Dovetti ricredermi sulla città che si rivelò una “Berlino dei Balcani”, non troppo bella, ma molto economica e con molte possibilità per i giovani. Belgrado si trova al centro della pianura pannonica ed è una città in continua crescita, con oltre un milione e mezzo di abitanti. La città è un’eccezione, essa cresce grazie all’inurbamento proveniente dalle campagne serbe, mentre il Paese lentamente procede verso lo spopolamento.
Il ricordo che mi porto della “città bianca” sono i suoi vecchi palazzoni d’epoca socialista che si alternano in sfumature di grigio circondando il centro città e le sue antiche mura.
L’incontro che invece mi torna spesso in mente è quello avvenuto a Zemun, antico paese fuori Belgrado. Il giorno stesso della mia partenza noleggiammo delle biciclette e ci recammo a Zemun. Lì mangiammo in una kafana, cioè la tipica osteria serba, dove tutti furono molto gentili ed ospitali con noi. Alla fine del pranzo chiesi al cuoco di poter fare una fotografia con lui e nella cucina mi venne presentata la sua aiutante. Era una donna robusta sulla quarantina, ma portava male i suoi anni. Sembrava averne passate tante e ciò influiva molto sulla sua figura. Mi disse che era alla disperata ricerca di un lavoro per lasciare Belgrado e la Serbia. Ci ripeté almeno una decina di volte la stessa frase in italiano: aveva un figlio dodicenne, il marito l’aveva lasciata e in Serbia faceva la fame con il suo stipendio di 300 euro al mese. Lei era disposta a fare qualsiasi lavoro, dalla badante alla cuoca. I miei amici ed io le demmo il numero di telefono di qualcuno che forse poteva darle un lavoro a Trieste. Per ringraziarmi la donna mi regalò un čokanjčići, il tipico bicchiere trapezoidale per la rakjia molto simile ad una beuta che si utilizza nei laboratori di chimica.
E’ stato un episodio particolare che mi ha colpito molto. Era la prima volta che una donna europea di mezza età disperatamente mi chiedeva un lavoro od un aiuto per scappare dal suo Paese e per vivere una vita decente. La cosa che forse più mi ha impressionato è stato che una donna, che avrebbe potuto essere benissimo mia madre, chiedeva ad uno sconosciuto ventenne di aiutarla a trovare una soluzione ai suoi problemi economici.

Il primo agosto alle 18.50 salii sul vagone letto del treno macedone che mi doveva portare da Belgrado a Salonicco. Mi aspettavano quindici ore di viaggio in una cuccetta da sei posti. Salutai i miei amici al binario numero uno, un ultimo ciao ed entrai nella mia cuccetta. Mi sembrava di esser tornato in India. Il treno era di un bel blu scuro all’esterno, mentre era sporco e decrepito interiormente. I lettini erano fatti di un materiale simile alla moquette.
Entrato nell’angusto spazio della cuccetta incontrai due ragazze olandesi e un ragazzo tedesco. “Sembrano simpatici” pensai.
Le due ragazze erano in inter-rail dirette a Skopje (ma che minchia vanno a fare a Skopje mi/le domando!), il tedesco era diretto ad Atene passando per Salonicco. Il suo nome era Hanke, era un ragazzo biondo di media corporatura poco più basso di me. Passai le interminabili ore tra un confine e l’altro a parlare della situazione economica greca e soprattutto della sua vita. Aveva servito l’aereonautica tedesca fino a ventiquattro anni e combattuto in Afghanistan comandando uno squadrone di sessanta persone. Dopodiché aveva lasciato l’esercito e si era iscritto ad ingegneria aereospaziale a Monaco. Finita la facoltà girava il mondo (mi ha raccontato dei suoi viaggi in Laos e Vietnam) e ora stava andando a trovare i suoi amici, prima a Belgrado e poi ad Atene.

Il treno viaggiava veloce per le campagne serbe, mentre la luce si affievoliva e il sole tramontava tra le colline boscose. Passammo il confine tra Serbia e Macedonia verso le 2 di notte e aspettammo mezz’ora per i controlli dei passaporti. In tarda mattinata finalmente arrivammo al confine tra Macedonia e Grecia. Il treno aveva diverse ore di ritardo e faceva un caldo infernale, chiaramente non c’era aria condizionata nelle anguste cuccette.
Mi affacciai dal finestrino spalancato a causa del caldo, imprecando per il ritardo che ormai era di due ore sulla tabella di marcia. La visione che mi si presentò fu quella di diverse centinaia di persone ammassate in una piccola stazione ferroviaria di confine nella provincia macedone. La maggior parte era addossata lungo il binario e la folla cercava di salire sul treno che partiva in direzione opposta alla nostra. Erano per la maggior parte siriani diretti in Serbia e poi verso l’Ungheria, nella speranza di raggiungere infine l’Europa del nord.
La bandiera macedone sventolava sotto un sole infuocato, mentre ragazzini bevevano e si lavavano con pompe di plastica “prendendo in prestito” l’acqua della stazione. Non una valigia, non un trolley si potevano vedere tra la calca. I più fortunati avevano uno zaino o delle borse di plastica.
Tra quella marea umana mi ha colpito il sorriso di un siriano. Il suo pollice alzato diretto verso l’obbiettivo della mia macchina fotografica che sbucava dal finestrino di un treno scalcagnato. Un simbolo di speranza. La speranza di poter proseguire un viaggio verso il nord Europa con la moglie e i figli, attraverso le campagne balcaniche tra le botte della polizia di frontiera e gli sputi degli xenofobi.

Arrivai a Salonicco dopo l’una di pomeriggio del due agosto. Il mio arrivo in Grecia era stato segnato dalla povertà e dalla voglia di fuggire. Erano una povertà ed una fuga forse diametralmente opposte. La fuga dei siriani da un paese lontano, un lungo e pericoloso viaggio attraverso due continenti, era diversa dalla volontà di rivalsa e di rinascita della donna serba. Ella scappava dalla miseria di un paese ai confini dell’unione europea. Scappava da Belgrado che è paradossalmente più vicina a Trieste di Roma. Voleva ricominciare la sua vita perché nella sua patria non aveva mai avuto la possibilità di vivere in maniera decente.
I siriani invece, scappavano non tanto dalla povertà, scappavano dalla guerra. Scappavano e scappano dalla trappola mortale nella quale sono stati imprigionati. Prigionieri del presidente Assad da una parte e dai ribelli islamici dall’altra. Non uso a caso queste parole: prigione e prigionieri. Quale scelta possono aver avuto i siriani in questi ultimi quattro anni? Combattere con i ribelli laici? Unirsi alle truppe “islamiche”? Uso le virgolette perché molto spesso questi ribelli non hanno nulla a che fare con la vera religione islamica. Ora hanno intrapreso la soluzione forse più insperata ed attesa fino all’inevitabile, cercare di evadere dalla prigione. Lasciare il loro paese, probabilmente un paese da loro amato. Lasciare le loro case, i loro famigliari, i loro lavori, per intraprendere un viaggio della speranza di più di tre mila chilometri.

Non voglio soffermarmi parlando di cosa penso di tutte le persone che sono più o meno coscientemente xenofobi e razzisti. Voglio solo ricordare e raccontare la speranza e la volontà di rivalsa che ho incontrato negli occhi delle persone che ho potuto incontrare nei tre giorni di viaggio da Trieste a Salonicco. Tre giorni di viaggio da due sponde, due confini dell’Europa. Forse sì, l’Europa è un recinto che contiene al suo interno benessere e pace. Ma questa non è l’Europa che voglio. Non voglio un recinto che con i suoi confini tiene fuori chiunque non sia nato al suo interno.
Ho sentito dire in questi ultimi mesi da giornalisti “di sinistra” italiani e non, che bisogna discriminare i migranti che scappano dalla guerra da quelli che scappano dalla povertà. E che, insomma i rifugiati che scappano dalla guerra vanno bene, posso entrare. Mentre quelli che scappano dalla povertà non possono essere accolti. Ora senza rifarmi alla storia che tutti conosciamo, alle migrazioni che hanno portato italiani, irlandesi, tedeschi, scandinavi, ecc.. negli Stati Uniti, in Australia, in Sud America, mi chiedo ma scappavano dalle guerre o dalla povertà? Certo erano altri tempi, e la popolazione mondiale non era di sette miliardi. Ma se noi volessimo cedere l’1% della nostra ricchezza, soprattutto quella dei milionari o meglio dei miliardari, e spendessimo meno per ricacciare indietro i migranti con muri, fortezze o castelli lungo i confini tra nazioni europee, magari potremmo uscire da questo social Medioevo cibernetico e accogliere coloro che scappano non solo dalla guerra, ma anche dalla povertà assoluta dove vivono.

Questo sito utilizza cookies per ricordare i tuoi dati. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza cookies per permetterti una miglior esperienza di navigazione. Continuando a utilizzare questo sito, ne acconsenti l'utilizzo da parte del nostri sito.

Chiudi