Campagna scambi 2017/2018‏

Cari Scambisti!
Finalmente sono uscite le graduatorie per la campagna scambi 2017/18.

Vi preghiamo di segnalare qualsiasi, a vostro avviso, inesattezza della graduatoria entro 72 ORE dalla pubblicazione della stessa, pena la non presa in considerazione del reclamo.

Una volta verificata la vistra eleggibilità allo scambio, leggetevi bene le EXCHANGE CONDITIONS delle vostre possibili scelte sul sito www.ifmsa.org e presentatevi all’assegnazione delle mete, che si terrà al polo didattico di Cattinara in data 9/01/2017.
In caso di impossibilità vostra ad essere presenti potete delegare un terzo per sostituirvi nella procedura.

Per qualunque domanda, potete contattarci alla mail leo@trieste.sism.org

Buone feste a tutti,
Il team scambi!

spagnolo-2017-2018
inglese-2017-2018

Genova, oltre le trofie c’è di più. di Silvia Buriolla‏

Non sono brava a scrivere e nemmeno ad esprimere emozioni. Figurarsi nella combo dei due.
Li trovo compiti difficilissimi forse perché, in fin dei conti, richiedono entrambi un dover fare mente locale, un tirare le somme di qualcosa.

Non sono brava nemmeno nei resoconti, effettivamente.

Ci sono tantissime cose in cui non sono brava, ora che ci penso.
Talmente tante che una volta partita, potrei andare avanti all’infinito.

Però ci sono anche cose che so fare. Per esempio, so ascoltare il mio istinto le poche volte che mi parla. L’ultima è stata quando ho letto la mail per inviare la candidatura al progetto Clerkita. Lettura, risposta. Tempo trascorso tra le due azioni: il tempo tecnico di pigiare tutti i tasti per rispondere a ciò che veniva richiesto. Archivio l’e-mail ed archivio la questione. Tanto non andrà in porto nulla, di solito sono sfortunata o c’è qualcuno con più competenze che viene scelto. Ma forse la sfortuna mi piace di più, almeno non devo dare la colpa a me stessa.
Altra settimana, altra mail. “Ci hanno assegnato Genova, ti mando i documenti da compilare per partire”. E ora che si fa? Poco per decidere, un mese per partire. Vado d’istinto, ancora. Entro la mattina successiva stampo tutte le scartoffie del caso e faccio il bonifico.

Un mese e si parte. Un mese e ci si allontana dall’ambiente più familiare che ho avuto negli ultimi cinque anni. Un mese e si viene catapultati in un contesto totalmente estraneo.
So che non è il viaggio della vita, forse non è nemmeno un viaggio. Sono sei ore di treno, e che ci vuole? Genova è molto più vicina delle mete che, ad esempio, vengono assegnate nei progetti Clerkship.
Se non è la distanza, allora cos’è? Scherzando la definisco ansia sociale; quella paura dell’affrontare contesti e persone nuovi, di buttarsi nelle situazioni, da sola. Il timore di non riuscire ad inserirsi ed ambientarsi, un po’ per insicurezza, un po’ per timidezza. Che forse sono la stessa cosa.
Penso sia un timore classico, la differenza la fa come si cerca di farne fronte. Penso penso e mi fascio la testa. A che serve? Ormai si parte e basta. Meglio veicolare le energie nei preparativi.

Iniziano i primi contatti con i Sismici genovesi. L’apparenza inganna, ma speriamo che questa volta ci azzecchi perché la prima impressione è ottima.
Prenoto i biglietti, preparo la valigia ed il primo Marzo si parte. Portogruaro-Mestre-Milano-Genova. In sei ore passo dalla bassa friulana alla terra del pesto, dove inizia il gioco del “con quell’accento…di dove sei?”.
In stazione mi aspettano due ragazze, una delle quali è la mia CP, una specie di baby sitter per i miei primi giorni. E’ la prima volta che le vedo, ma ci abbracciamo e ci sorridiamo come fossimo già amiche. Mi accompagnano in quella che sarà la mia casa per un mese. Conosco la mia coinquilina, ma il giorno dopo deve sostenere l’esame di Anatomia Patologica quindi usciamo subito. Inizia la prima gita. Si va al mare, in corso Italia. Non ci sono né H&M né intimissimi, ma una bellissima passeggiata rialzata rispetto alla spiaggia. La sorpresa più grande si trova quasi alla fine.
Si svolta l’ultima curva e ci si trova davanti al piccolo golfo di Boccadasse. Scrivete Genova sulla ricerca immagini ed è il primo risultato che troverete.

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Ho la fortuna di vederla con il sole e scatta il primo innamoramento del mese.
Mangiamo un gelato appollaiate su dei sassi sulla spiaggia, ci godiamo il panorama ed il bel tempo. Due chiacchere e si riparte. Contapassi alle stelle, piedi stressatissimi.
Genova ha preso in prestito da Trieste i suoi dislivelli e li ha maggiorati. Passeggiamo tutto il pomeriggio, torno a casa distrutta.
Prima cena con la nuova famiglia e le nuove tradizioni. Le trofie con il pesto mi riservano una buona accoglienza e tamponano bene la stanchezza.
Cibo, quattro chiacchere e a nanna presto perché il mattino successivo è il grande giorno di inserimento in corsia. Mi addormento in un battibaleno.
Sveglia alle 7, tempi biblici per prepararsi ed alle otto sono in reparto.
Tra casa e reparto ci sono 5 minuti e troppe scale. Complice la mia poca sportività, arrivo sudata e senza un polmone. Mi presento da ansimante maratoneta, mi cambio e cerco di mimetizzarmi tra gli autoctoni.

Sono in Oncologia, ma paradossalmente trovo più sorrisi e tranquillità qui che in tutte le due torri di Cattinara. Trovo serenità e consapevolezza, in ogni loro sfaccettatura.
Il primo giorno lo passo in reparto, tra cartelle e giro visite. I successivi saranno diversi, ho abbastanza autonomia e posso scegliere a quali attività partecipare.
Personalmente prediligo l’ambulatorio, mi consente di vedere più persone, visitarle e scambiarci due parole. Mi capita di dover gestire da sola prime visite e cartelle cliniche da compilare ex novo. Prova di fiducia o incoscienza? Ancora non mi so rispondere. Quello che so è che il rischio vale fino in fondo le cose che imparo.
A valere sono anche le lacrime che blocco quando una mamma od un papà parlano commossi dei propri figli. Figli che diventano senso del loro voler guarire, obiettivo di una lotta che a volte è già persa in partenza, ma alla quale fino all’ultimo non ci si vuole arrendere.
Ecco un’altra cosa che ho imparato, forse la più importante. Ho imparato cosa significhi la speranza, oltre ogni destino al quale si è assegnati. Ho imparato a non guardare con compassione, a non compatire, ma ad ammirare la forza d’animo di tutti che si poteva declinare sia nel mostrarsi d’acciaio che nel rivelarsi vulnerabili e fragili, totalmente disarmati.
Metto in fila ore, volti e nomi. Inizio ad ambientarmi sia dentro che fuori dal reparto.
Conosco gli altri Incomings e faccio i conti con la mia invidiabile ignoranza linguistica.
Iniziano le uscite, anche se francamente prediligo giocare in casa ed uscire con i sismici italiani. Mi fanno sentire subito a casa, una di loro. Per la prima volta scopro di riuscire ad essere un animale sociale e non è affatto male come sensazione. In poche serate abbattono tutte le paure con le quali sono partita.
Forse il senso della mia Clerkita è stato proprio questo, l’abbattere la paura, il timore, l’ansia.

Se dovessi riassumere la mia esperienza, non metterei in fila aneddoti su cosa ho fatto o visto, ma direi semplicemente che sono tornata sentendomi più grande di come sono partita.
Più grande e più consapevole dell’importanza che rivestono le persone che si incontrano.
Penso che il fattore fortuna sia determinante. Sono stata molto fortunata, in tutto questo.

Sono partita impaurita, sono tornata malinconica.
Sono partita con l’attaccamento a casa ed alle persone che ci lasciavo, sono tornata con il cuore un po’ più grande per farci stare Genova ed i nuovi amici.

Ferrara di Benedetta Storti‏

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Avevamo la bici, ma sempre a mano,
e poi in sella! lanciati giù dalle mura
mi cercavi dietro di te con la paura
di vedermi scivolata nel pantano /
e la Tecolenta rimasta sul piatto
sopravviveva brevemente alle dita
in quella preziosa pace fiorita
del giardinetto degli Schifanoia,
dove a sorrisi distribuivamo gioia
agli avventori pallidi americani
che con un ridicolo italiano:
‘capelaci e cafe vogliamo’.
La Cattedrale tutta s’appoggia
su una statua che d’uomo ha la foggia
e noi ne rubammo un pezzo di muro
per alleviarne il pesante lavoro /
e la Certosa a passo rispettoso
ci riservò qualche antro ombroso
dove proteggerci dallo sguardo violento
di chi immortalato in nobil portamento
morto centotrenta anni or sono
certo non ci avrebbe dato il perdono
per quel bacio rapido e sincero
in quel monumental cimitero.

Sonetto di Benedetta Storti‏

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E’ arrivato il tossicodipendente!
in reparto di Neurologia
per globale amnesia
dopo un brutto incidente.

Il paralitico non deficiente
ripete infinito la litania:
è soluzione alla disartria
tenere sempre parole a mente.

Adesso penso che bel mestiere
per un mese far lo studente
nel reparto di neurologia

quaderni zeppi di appunti su miastenia
differenziali diagnosi di mano cadente
e l’elegante Incontinente sfintere

Una mattina a Plovdiv di Ginevra Morgante‏

Sono le 6.45 quando suona la sveglia nella mia piccola stanza del dormitorio degli studenti di Medicina a Plovdiv.
Non so quale principio fisico governi questo fenomeno, ma da quando sono arrivata non ho trovato nessun problema ad alzarmi a questi orari per me innaturali, ogni giorno.
Questo non significa però che io sia puntuale: ho ancora l’asciugamano avvolto intorno ai capelli bagnati quando la mia compagna di tirocinio Melike, una ragazza turca molto dolce, bussa alla porta della stanza. Panico. Cerco di fare più cose possibile per prepararmi, nel tempo che normalmente sarebbe richiesto ad una persona per aprire la porta di una piccola stanza. Trovo Melike che sorride, come sempre, e disperatamente le dico che mi serve ancora un attimo per asciugarmi i capelli e poi arrivo. Lei sta ancora facendo colazione, sta mangiando una banana (perché non utilizzo anche io lo stesso sistema e invece perdo tanto tempo a fare colazione con calma e poi mi ritrovo a correre?) e mentre mastica solleva le spalle e mi dimostra che non c’è nessun problema.
In pochi minuti finalmente sono pronta e ci incamminiamo verso l’ospedale.
Fa già caldo, siamo a metà Agosto e in questo periodo le temperature a Plovdiv volano verso i quaranta gradi.
Le strade ormai mi sono familiari e quasi quasi mi piace la zona, cosa che mai avrei creduto potesse capitare due settimane prima, quando ero arrivata. Era sera e pioveva a dirotto al mio arrivo, avevo visto in lontananza l’ospedale decadente e l’avevo scambiato per un palazzo abbandonato da chissà quanto tempo. Quando il mio Contact Person me l’aveva indicato come l’ospedale universitario avevo avuto un tuffo al cuore. Le strade intorno all’ospedale erano quelle tipiche di una periferia di una città dell’ex-Unione Sovietica. Palazzoni grigi, strettamente addossati l’uno all’altro e strade un po’ dissestate.
Tra questi per fortuna però spiccava il dormitorio degli studenti, un palazzo nuovo.
Già qualche giorno dopo però mi ero ricreduta sul luogo dove vivevamo. Le strade in fondo erano pulite, c’era in realtà molto verde tra i palazzi e lungo le strade e l’ambiente era molto tranquillo. Forse era stato il grigiore della serata piovosa a nascondere tutto ciò.
Io e Melike camminiamo al sole che ancora non brucia, verso l’ospedale. Temo un po’ questa giornata perché all’interno dei reparti non c’è l’aria condizionata e si soffre abbastanza per il caldo.
Chiacchieriamo allegramente però mentre attraversiamo una zona non trafficata e completamente invasa da sterpaglie, che separa la strada dall’ospedale.
Dall’entrata si arriva subito nel reparto di odontostomatologia, sempre affollatissimo, dove tante persone attendono fuori dagli ambulatori il loro turno, in un angusto corridoio dall’aria stantia. Dall’aspetto sono sempre tutti o Rom o poveri. Dopo tutto sono questi coloro che si rivolgono all’ospedale pubblico e non a quegli ospedali privati modernissimi che si stagliano tra i palazzoni di periferia, subito accanto a quello in cui mi trovo al momento, dalle grandi vetrate illuminate e molto più invitanti, ma purtroppo accessibili solamente ad un’estrema minoranza.
Ci cambiamo e ci dirigiamo verso il reparto di ginecologia. Prendiamo un minuscolo ascensore, uno dei pochi, necessari a tutti i pazienti e parenti che accedono all’ospedale, si sta molto stretti e fa molto caldo. E’ particolare poi perché si ferma nel momento in cui viene aperta la porta a spinta, dai passeggeri. Bisogna quindi fare attenzione ad essere arrivati perfettamente al piano desiderato (e a non volare fuori dall’ascensore inciampando sul pavimento, nel caso ci si fosse fermati un po’ prima di arrivare al livello giusto del piano, come sarebbe capitato a me più volte durante il mese di tirocinio).
Il reparto di ginecologia è piuttosto tranquillo, governato da un primario molto severo.
La dottoressa che seguiamo noi è molto competente e una maga dell’ecografo. Passiamo molto tempo con lei in una piccola stanza dove ci dimostra le sue prodezze. Non hanno molti fondi in questo ospedale e non possono permettersi ecografi di ultima generazione. Ma lei riesce ad ottenerne il meglio e questo le basta. L’ha raccontato a me e Melike un ragazzo tesista che la ammira molto.
E’ molto severa questa dottoressa e non dimostra mai particolare affetto nei nostri confronti ma quando lo trova, ci dedica sempre del tempo per spiegarci qualcosa.
E’ la nostra tutor perché è l’unica, oltre al primario che però è costantemente impegnato, a parlare in inglese nel reparto. Tutti gli altri “no English, no no”, nemmeno gli studenti.
Nonostante ciò ci siamo comunque ambientate all’interno dell’ospedale e abbiamo trovato diversi agganci tra studenti dell’ultimo anno, disponibili a portarci in giro per i reparti e specializzandi.
La cosa più bella però è il rapporto che pian piano si è creato tra me e Melike.
Lei è sempre curiosissima, si pone domande su qualunque cosa veda nei reparti e mi porta quindi a vedere tutto in un’ottica diversa da quella a cui ero abituata. Ci ritroviamo quindi a discutere di ogni caso che incontriamo, di ogni manovra eseguita da un medico o da un infermiere, su ogni aspetto dell’ospedale e del sistema sanitario. Da qui i dibattiti prendono sempre anche altre pieghe e nei momenti vuoti dei tirocini parliamo anche della situazione politica in Turchia, sulle guerre e sugli altri problemi che affliggono l’umanità (ma ovviamente anche di argomenti più leggeri, altrimenti sarei uscita sfinita da questo viaggio).
Si tratta di una di quelle amicizie che non possono che essere destinate a durare per sempre, perché nate in contesti favorevoli, dove le esperienze condivise, costruite su un background simile (siamo entrambe studentesse di Medicina, più o meno della stessa età) ma che è caratterizzato allo stesso tempo anche da importanti differenze culturali, permettono di aprire un confronto su tutti gli ambiti della nostra vita, che non può mai finire di intrecciarsi, di allontanarsi ma per poi ritornare allo stesso punto iniziale, cioè il fatto che siamo due ragazze che hanno deciso di trascorrere un mese assieme in un progetto nato dall’idea di altri ragazzi esattamente come noi.
Vorrei intraprendere un’altra Clerkship per rivivere una nuova amicizia di questo tipo, ma preferisco augurare a chi deve ancora intraprendere questa esperienza la fortuna di trovare una Melike per sé stesso.

On the road to Plovdiv: incontri di Ginevra Morgante‏

È sera alla stazione degli autobus di Trieste.
Aspetto con mia madre che arrivi il pullman che mi permetterà di arrivare il giorno seguente a Sofia, capitale della Bulgaria. E’ parecchio in ritardo.
C’è solamente un piccolo gruppo di signore, intorno alla sessantina, che chiacchierano amichevolmente, cariche di valigie e borse. Parlano tutte in lingua slava; stanno molto probabilmente tornando a casa loro dopo un periodo di lavoro a Trieste.
Parliamo un po’ e scopriamo che effettivamente sono delle badanti che stanno per ricongiungersi con i loro cari, finalmente.
Con quasi due ore di ritardo arriva finalmente l’autobus; saluto mia madre, che come sempre è un po’ ansiosa perché è convinta che in qualche modo riuscirò a perdermi e non arriverò mai in Bulgaria, figuriamoci nella mia stanza del dormitorio a Plovdiv. Ciò che la tranquillizza però è la presenza di quelle signore amichevoli; spera probabilmente che potranno fare da badante anche a me.
Con un po’ di ansia trasmessa da lei, salgo sull’autobus e la saluto dal finestrino.
Mi siedo nel mio angusto spazio; c’è molta confusione sull’autobus. Sono l’unica italiana e tutti parlano a gran voce in lingue a me sconosciute. Sono di ottimo umore però, probabilmente sono tutti contenti di ritornare dalle loro famiglie.
Sono seduta accanto ad una signora un po’ anziana, che comincia subito a parlarmi rapidamente in una lingua che presumo sia bulgaro; provo a parlarle in inglese ma non lo conosce.
A gesti le comunico che non capisco quello che sta cercando di dirmi e che sono italiana. Ride tantissimo. Forse, giustamente, di quanto sono impacciata nel comunicare a gesti. Continua a parlare molto in bulgaro e io continuo a cercare di spiegarle che non comprendo.
Finalmente tira fuori un piccolo dizionario italiano-bulgaro e proviamo un po’ a comunicare. Capisco che è stata in vacanza in Italia, che le è piaciuta tantissimo e che era la prima volta che vi andava. Adesso sta tornando in un piccolo paese bulgaro, non lontano da Plovdiv. Mi dice che Plovdiv è molto carina e questo mi rincuora.
Cerco ad un certo punto però di spiegarle che non riesco più a leggere il suo vocabolario su cui mi indica le parole che vuole utilizzare perché leggere sull’autobus mi causa mal di stomaco. In effetti sto già abbastanza male. Spiegarlo a gesti però è difficilissimo e lei ride. Dice qualcosa in bulgaro a quelli seduti vicino a me che mi guardano e anche loro ridacchiano. Provo a chiedere a loro se conoscono l’inglese o l’italiano. Nessuno.
Finalmente mi comprende e subito tira fuori dalla borsa una bustina con una specie di polvere salatissima, che sembra dado da brodo, che mi dice serve a far passare il mal di macchina. Ne provo un po’ ed effettivamente poi non sono stata male (una sete tremenda sicuramente però mi è venuta).
Nel frattempo abbiamo visto sfilare le luci di Trieste fuori dai finestrini mentre saliamo per le strade che portano sul Carso e poi al confine con la Slovenia. E’ buio quando arriviamo a Lubiana per la prima fermata.
Cerco il bagno della stazione assieme ad una signora molto dolce, anche lei slava, che mi aiuta con le mie borse. Parla abbastanza bene l’italiano. Anche lei lavora in Italia, non ha un brutto lavoro, è una segretaria in un ufficio. Ma il suo desiderio è quello di tornare a casa dalla sua famiglia.
Mangio il mio panino assieme ad un ragazzo bulgaro con i capelli lunghi, che durante il viaggio non mi aveva dato l’impressione di essere molto amichevole ma in realtà è molto aperto e simpatico, e parla un po’ di inglese. Mi spiega che lui era in vacanza in Italia perché ha un amico che vive lì. Lui è universitario a Sofia e per mantenersi fa il tassista. Sorride molto.
Si ritorna sull’autobus, adesso è tardi e le voci cominciano ad affievolirsi. C’è vicino a me una famiglia che dall’aspetto sembra Rom, con dei bambini che ormai dormono tranquilli.
Lo spazio però è molto ristretto e tra le mie borse non riesco a districarmi. La signora bulgara vicino a me mi guarda e mi porge subito il suo cuscino gonfiabile. A gesti bruschi, ma è molto gentile.
Le spiego che non è necessario ma lei insiste e mi indica che lei ha il finestrino accanto a sé su cui appoggiarsi. Commossa dal gesto così gentile accetto ed è una manna dal cielo. Presto dormo anche io.
Arriva la prima dogana con la Croazia e vengo svegliata. Fuori è buio e, nonostante sia Agosto, è anche abbastanza freddo.
CI fanno scendere e metterci in fila per mostrare il passaporto.
Mi si avvicinano le signore che erano presenti con me alla fermata. Mi dicono che avevano notato che mia madre era un po’ ansiosa della mia partenza e che se avessi avuto bisogno di qualunque cosa loro ci sarebbero state. Mi scaldano il cuore. Hanno tutte un aspetto austero, sono donne ormai con un’età inoltrata ma sono forzute e con lo sguardo deciso, ma molto buone e mi sento subito come se fossi in famiglia. Loro sono più sveglie di me in quel momento e chiacchierano animatamente. Spiego loro che sono una studentessa di Medicina e che sto andando a fare un periodo di tirocinio a Plovdiv. Stupisce molto che io sia una ragazza italiana che fa il percorso inverso rispetto a quello che normalmente fanno i bulgari, ovvero andare a studiare in Italia. Spiego che io sono molto contenta di farlo, per conoscere nuovi luoghi e altri sistemi sanitari. Anche loro mi confermano che Plovdiv è molto carina.
sono tutte badanti e lavorano per l’intero anno a Trieste, lontano da mariti, figli e nipoti, che vedono solamente nel mese di pausa che si concedono d’estate. Sono davvero donne forti.
Da quel momento in poi l’intero viaggio l’ho fatto accompagnata da loro. Faccio colazione con loro negli autogrill della Serbia all’alba, mi aiutano con lo zaino se devo andare in bagno, mi danno consigli di ogni tipo. Sono con me per tutte le 17 ore di pullman che separano Trieste da Sofia.
E’ mezzogiorno quando arriviamo. Saluto la signora bulgara che mi aveva prestato il suo cuscino e la ringrazio molto. Mi fa un altro discorso parlando rapidamente in bulgaro, questa volta non dico nulla e sorrido. A questo punto ho imparato che anche in Bulgaria si può salutare con un “Ciao” e quindi così dipartiamo.
Le altre signore, le mie compagne di viaggio, mi mostrano come tutto lì sia scritto in cirillico e che nessuno parla inglese. I primi euro mi aiutano loro a cambiarli in Leva bulgari alla stazione degli autobus e mi aiutano a comprare i biglietti per l’autobus che mi porterà a Plovdiv. E’ il momento dei saluti. Le ringrazio quanto posso, loro mi augurano in tutti i modi ogni bene nella vita. Una di loro mi dà persino il suo numero di cellulare perché io le scriva nel momento in cui fossi arrivata Plovdiv e per sapere se tutto andasse bene e anche per sentirci una volta fossimo state di nuovo entrambe a Trieste.
Dopo i saluti, mi affidano ad una donna che loro sapevano essere diretta a Plovdiv. L’avevo già notata precedentemente: è una donna più giovane dall’aspetto molto mascolino, con i capelli neri tagliati a spazzola e una grossa catena d’argento al collo. Durante il viaggio era spesso in piedi a parlare a gran voce con i suoi vicini. A prima vista quasi mi spaventa, non sorride mai.
Ma l’apparenza mi ha ingannata di nuovo e me ne pento. Tanto è particolare d’aspetto tanto è gentile. Mi porta con sé alla fermata dell’autobus per Plovdiv. Non parla italiano e nemmeno lei conosce una parola di inglese. Facciamo fatica a comunicare e anche lei ride un po’.
Mi fa sedere accanto a sé. Capisco che mi sta chiedendo a quale fermata devo scendere. Le mostro sul cellulare il nome della stazione di Plovdiv. Mi comunica che lei mi farà capire quando dovrò scendere.
Guardo fuori dal finestrino: siamo nella periferia di Sofia ancora e si vedono solo palazzoni grigi decadenti, dall’aspetto totalmente inabitabile.
Il paesaggio non è dei più belli, subito dopo ci troviamo in una campagna un po’ brulla e vuota. Le strade sono abbastanza dissestate e l’autobus ha frequenti sobbalzi.
Comincia a diluviare, giusto per il mio arrivo a Plovdiv.
Arrivata alla mia fermata, saluto la mia compagna di viaggio che mi stringe la mano in modo deciso e mi dice qualcosa in bulgaro che penso sia un augurio.
La saluto e scendo sotto la pioggia all’autostazione.
Non mi sento assolutamente sola, ho fatto amicizia con persone che in altre situazioni non avrei mai pensato potessero diventare amiche, per differenze di ogni tipo, come il background ma soprattutto l’età. Le persone gentili si trovano ovunque però, in qualunque situazione, di qualunque etnia siano, di qualunque aspetto. Mi sento rincuorata e pronta ad affrontare la parte ancora più avvincente del viaggio, che mi porterà a trovare nuove amicizie e a costruire quella che poi sarà la mia “famiglia” per un mese.

Suoni in riva al Baltico di Maria Chiara Del Savio‏

Sono ormai passati cinque mesi dalla mia clerkship in Estonia, ma un’immagine resta impressa nei miei ricordi. Mezzanotte circa, una spiaggia di sassi in riva al mar Baltico, cielo stellato indisturbato da ogni luce umana. Qualcuno tra noi ha avuto il coraggio di fare il bagno in questo scuro freddo mare, che sembra stagliarsi all’infinito, per poi fondersi, in qualche punto lontano, con il cielo notturno. Di ritorno, si uniscono al nostro cerchio. Siamo tutti seduti in riva al mare, ci sentiamo amici da sempre, ma pensandoci bene solo due settimane prima nessuno si conosceva. Dopo qualche lattina di birra estone, Emrah, il ragazzo turco, interrompe il silenzio. “Akdeniz aksamlari bir baska oluyor..Hele bir de aylardan Temmuz ise, bam baska..Sahilde insanlar kol kola simsicak..Cosmamak elde mi boyle bir aksamda” Queste parole, dalla melodia chiaramente orientale, riecheggiano nel cerchio. Un’implicita silenziosa complicità dà avvio alla magia: uno ad uno, ci uniamo al coro e ripetiamo il ritornello della sua canzone, senza conoscere le parole e soprattutto ignorando il loro significato. Smetto un attimo di cantare, per potermi godere a pieno quello che sento: un coro improvvisato ma i cui suoni si amalgamano perfettamente. Si riconosce la voce intonata di Gaia, spiccano l’accento spagnolo di Gabriel, Eva, Marta e Laura e anche quello francese di Louise. Evrim, il ragazzo turco che vive in Austria, chiaramente avvantaggiato, ci conduce. Riesco a distinguere le voci femminili di Anouk, Mafalda, Anka, Polina, Teja e Susanna, mentre Mahadi, Jonut, Robin e Jakub danno il tono maschile.
Ripenso a questa scena ogni volta che leggo di un nuovo filo spinato piantato per siglare un confine, ogni volta che sento aspre parole che marcano le barriere tra le culture. In questo mondo che si dice essere sempre più globalizzato, le differenze culturali faticano a coesistere. Dalle occasioni di confronto da cui potrebbero uscirne valorizzate, ne escono ancora meno prone alla tolleranza verso il diverso. La voce di Mafalda, Jakub, di Jonut e di tutti i ragazzi provenienti da diversi Paesi del mondo, si sono unite, hanno creato insieme la melodia finale, mantenendo però ognuno riconoscibile la propria tonalità. Le culture non dovrebbero piallarsi, conformarsi, ma dovrebbero saper sfruttare le diversità per creare un mondo che, se capace di essere rispettoso verso l’altro, sarebbe certamente arricchito.

Transbalcanica di Giulio Liccari‏

Questo non è un reportage scritto da un giornalista, ma un segmento di vita speso in Grecia. Scrivo solo le mie impressioni e non pretendo di dare delle verità assolute sulla Grecia e sulla sua gente, prendete quello che scrivo come un racconto, un racconto di viaggio.
Durante questi trentanove giorni ho incontrato ex militari girovaghi, dottori fotografi depressi, insegnanti di storia e filosofia transbalcanici, dissidenti iraniani, aspiranti cantautori italiani, attivisti siriani espatriati e il receptionist dell’ostello di Istanbul che si rivela essere il nipote di Sorrentino. Senza dimenticare quarantasei aspiranti medici da quindici nazioni diverse.

Partì con alcuni amici in pullman la notte 30 luglio da Trieste per raggiungere Belgrado.
A Belgrado ero già stato, ma di passaggio. Non avevo grandi ricordi della città, se non delle sue bellissime ragazze. Girammo la città e passammo una notte in un ostello del centro. Dovetti ricredermi sulla città che si rivelò una “Berlino dei Balcani”, non troppo bella, ma molto economica e con molte possibilità per i giovani. Belgrado si trova al centro della pianura pannonica ed è una città in continua crescita, con oltre un milione e mezzo di abitanti. La città è un’eccezione, essa cresce grazie all’inurbamento proveniente dalle campagne serbe, mentre il Paese lentamente procede verso lo spopolamento.
Il ricordo che mi porto della “città bianca” sono i suoi vecchi palazzoni d’epoca socialista che si alternano in sfumature di grigio circondando il centro città e le sue antiche mura.
L’incontro che invece mi torna spesso in mente è quello avvenuto a Zemun, antico paese fuori Belgrado. Il giorno stesso della mia partenza noleggiammo delle biciclette e ci recammo a Zemun. Lì mangiammo in una kafana, cioè la tipica osteria serba, dove tutti furono molto gentili ed ospitali con noi. Alla fine del pranzo chiesi al cuoco di poter fare una fotografia con lui e nella cucina mi venne presentata la sua aiutante. Era una donna robusta sulla quarantina, ma portava male i suoi anni. Sembrava averne passate tante e ciò influiva molto sulla sua figura. Mi disse che era alla disperata ricerca di un lavoro per lasciare Belgrado e la Serbia. Ci ripeté almeno una decina di volte la stessa frase in italiano: aveva un figlio dodicenne, il marito l’aveva lasciata e in Serbia faceva la fame con il suo stipendio di 300 euro al mese. Lei era disposta a fare qualsiasi lavoro, dalla badante alla cuoca. I miei amici ed io le demmo il numero di telefono di qualcuno che forse poteva darle un lavoro a Trieste. Per ringraziarmi la donna mi regalò un čokanjčići, il tipico bicchiere trapezoidale per la rakjia molto simile ad una beuta che si utilizza nei laboratori di chimica.
E’ stato un episodio particolare che mi ha colpito molto. Era la prima volta che una donna europea di mezza età disperatamente mi chiedeva un lavoro od un aiuto per scappare dal suo Paese e per vivere una vita decente. La cosa che forse più mi ha impressionato è stato che una donna, che avrebbe potuto essere benissimo mia madre, chiedeva ad uno sconosciuto ventenne di aiutarla a trovare una soluzione ai suoi problemi economici.

Il primo agosto alle 18.50 salii sul vagone letto del treno macedone che mi doveva portare da Belgrado a Salonicco. Mi aspettavano quindici ore di viaggio in una cuccetta da sei posti. Salutai i miei amici al binario numero uno, un ultimo ciao ed entrai nella mia cuccetta. Mi sembrava di esser tornato in India. Il treno era di un bel blu scuro all’esterno, mentre era sporco e decrepito interiormente. I lettini erano fatti di un materiale simile alla moquette.
Entrato nell’angusto spazio della cuccetta incontrai due ragazze olandesi e un ragazzo tedesco. “Sembrano simpatici” pensai.
Le due ragazze erano in inter-rail dirette a Skopje (ma che minchia vanno a fare a Skopje mi/le domando!), il tedesco era diretto ad Atene passando per Salonicco. Il suo nome era Hanke, era un ragazzo biondo di media corporatura poco più basso di me. Passai le interminabili ore tra un confine e l’altro a parlare della situazione economica greca e soprattutto della sua vita. Aveva servito l’aereonautica tedesca fino a ventiquattro anni e combattuto in Afghanistan comandando uno squadrone di sessanta persone. Dopodiché aveva lasciato l’esercito e si era iscritto ad ingegneria aereospaziale a Monaco. Finita la facoltà girava il mondo (mi ha raccontato dei suoi viaggi in Laos e Vietnam) e ora stava andando a trovare i suoi amici, prima a Belgrado e poi ad Atene.

Il treno viaggiava veloce per le campagne serbe, mentre la luce si affievoliva e il sole tramontava tra le colline boscose. Passammo il confine tra Serbia e Macedonia verso le 2 di notte e aspettammo mezz’ora per i controlli dei passaporti. In tarda mattinata finalmente arrivammo al confine tra Macedonia e Grecia. Il treno aveva diverse ore di ritardo e faceva un caldo infernale, chiaramente non c’era aria condizionata nelle anguste cuccette.
Mi affacciai dal finestrino spalancato a causa del caldo, imprecando per il ritardo che ormai era di due ore sulla tabella di marcia. La visione che mi si presentò fu quella di diverse centinaia di persone ammassate in una piccola stazione ferroviaria di confine nella provincia macedone. La maggior parte era addossata lungo il binario e la folla cercava di salire sul treno che partiva in direzione opposta alla nostra. Erano per la maggior parte siriani diretti in Serbia e poi verso l’Ungheria, nella speranza di raggiungere infine l’Europa del nord.
La bandiera macedone sventolava sotto un sole infuocato, mentre ragazzini bevevano e si lavavano con pompe di plastica “prendendo in prestito” l’acqua della stazione. Non una valigia, non un trolley si potevano vedere tra la calca. I più fortunati avevano uno zaino o delle borse di plastica.
Tra quella marea umana mi ha colpito il sorriso di un siriano. Il suo pollice alzato diretto verso l’obbiettivo della mia macchina fotografica che sbucava dal finestrino di un treno scalcagnato. Un simbolo di speranza. La speranza di poter proseguire un viaggio verso il nord Europa con la moglie e i figli, attraverso le campagne balcaniche tra le botte della polizia di frontiera e gli sputi degli xenofobi.

Arrivai a Salonicco dopo l’una di pomeriggio del due agosto. Il mio arrivo in Grecia era stato segnato dalla povertà e dalla voglia di fuggire. Erano una povertà ed una fuga forse diametralmente opposte. La fuga dei siriani da un paese lontano, un lungo e pericoloso viaggio attraverso due continenti, era diversa dalla volontà di rivalsa e di rinascita della donna serba. Ella scappava dalla miseria di un paese ai confini dell’unione europea. Scappava da Belgrado che è paradossalmente più vicina a Trieste di Roma. Voleva ricominciare la sua vita perché nella sua patria non aveva mai avuto la possibilità di vivere in maniera decente.
I siriani invece, scappavano non tanto dalla povertà, scappavano dalla guerra. Scappavano e scappano dalla trappola mortale nella quale sono stati imprigionati. Prigionieri del presidente Assad da una parte e dai ribelli islamici dall’altra. Non uso a caso queste parole: prigione e prigionieri. Quale scelta possono aver avuto i siriani in questi ultimi quattro anni? Combattere con i ribelli laici? Unirsi alle truppe “islamiche”? Uso le virgolette perché molto spesso questi ribelli non hanno nulla a che fare con la vera religione islamica. Ora hanno intrapreso la soluzione forse più insperata ed attesa fino all’inevitabile, cercare di evadere dalla prigione. Lasciare il loro paese, probabilmente un paese da loro amato. Lasciare le loro case, i loro famigliari, i loro lavori, per intraprendere un viaggio della speranza di più di tre mila chilometri.

Non voglio soffermarmi parlando di cosa penso di tutte le persone che sono più o meno coscientemente xenofobi e razzisti. Voglio solo ricordare e raccontare la speranza e la volontà di rivalsa che ho incontrato negli occhi delle persone che ho potuto incontrare nei tre giorni di viaggio da Trieste a Salonicco. Tre giorni di viaggio da due sponde, due confini dell’Europa. Forse sì, l’Europa è un recinto che contiene al suo interno benessere e pace. Ma questa non è l’Europa che voglio. Non voglio un recinto che con i suoi confini tiene fuori chiunque non sia nato al suo interno.
Ho sentito dire in questi ultimi mesi da giornalisti “di sinistra” italiani e non, che bisogna discriminare i migranti che scappano dalla guerra da quelli che scappano dalla povertà. E che, insomma i rifugiati che scappano dalla guerra vanno bene, posso entrare. Mentre quelli che scappano dalla povertà non possono essere accolti. Ora senza rifarmi alla storia che tutti conosciamo, alle migrazioni che hanno portato italiani, irlandesi, tedeschi, scandinavi, ecc.. negli Stati Uniti, in Australia, in Sud America, mi chiedo ma scappavano dalle guerre o dalla povertà? Certo erano altri tempi, e la popolazione mondiale non era di sette miliardi. Ma se noi volessimo cedere l’1% della nostra ricchezza, soprattutto quella dei milionari o meglio dei miliardari, e spendessimo meno per ricacciare indietro i migranti con muri, fortezze o castelli lungo i confini tra nazioni europee, magari potremmo uscire da questo social Medioevo cibernetico e accogliere coloro che scappano non solo dalla guerra, ma anche dalla povertà assoluta dove vivono.

Gita fuori porta di Elisabetta Rossetti‏

Sono in auto. Ci stiamo dirigendo verso il mar di Galilea, “Kinneret” nella lingua locale. Questo week-end Ido è di servizio nell’esercito, quindi Rinat, la responsabile del team a cui sono stata assegnata, ha deciso di “adottarmi” e portarmi con lei, suo marito e gli altri due suoi figli.
È stato un pensiero bellissimo… In questo posto estraneo, e per certi aspetti ostile, sentirmi parte di una famiglia mi fa sentire al sicuro. Non importa il fatto di non capire la lingua, non importa il fatto che fuori dal finestrino il paesaggio scorre arido e monotono, e non importa nemmeno l’aria condizionata al massimo che mi fa congelare da capo a piedi. Così mi sento bene.
A un certo punto, Haim, il marito, sentendomi poco partecipe alle loro discussioni in israeliano, mi chiede: “Do you know the Eros Ramasoti band?”
Mi disincanto dal mio torpore e rispondo: “Eros Ramazzotti, the Italian singer?”
“Yes yes I like it very much!!”
….
“Do you want to listen to it?”
“Ok!” Rido. Cerco di metterci il massimo entusiasmo possibile.
Haim, tutto contento, fa partire il CD e la voce nasale di Eros risuona nel piccolo abitacolo della Renault.
Mi viene da ridere. E rido. Probabilmente loro penseranno sia perché mi piace la musica. Tutt’altro.
Sono sinceramente stomacata da questo cantante tanto adorato da mia madre, ma il fatto di sentire parole italiane in questo contesto, mi fa sentire, se possibile, ancora più a mio agio e più al sicuro di prima.
A voi sembrerà strano, ma quando si sta così lontani dal proprio paese, in un posto così diverso, basta veramente poco per sentirsi di nuovo a casa.

RISULTATI CONCORSO CAMPAGNA SCAMBI‏

Cari Tutti,
Qui trovate i link dei documenti con i risultati del concorso e l’assegnazione delle mete clerkship.

FRANCESE INGLESE SPAGNOLO TEDESCO

Per la lingua “tedesco” non risulta alcuna meta assegnata, in quanto la germania è stata assegnata ad un punteggio in inglese che era maggiore dei punteggi ottenuti con il tedesco. Stesso discorso per la presenza solamente del cile nella graduatoria in spagnolo.

Per accettare la vostra meta dovete seguire le istruzioni come da bando e presentarvi l’undici gennaio a cattinara alle 14:30 con la ricevuta del pagamento di euro 250.

Nel malaugurato caso voi decideste di rifiutare la meta, per favore fatelo il più repentinamente possibile al fine di rendere più rapida la riassegnazione.

Per qualsiasi richiesta di informazione, reclamo o spiegazioni non esitate a contattarci.

Buone feste a tutti voi

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