Battle to the Bottle‏

Locandina Battle Hai voglia di passare una serata diversa dal solito?
Ritorna anche quest’anno uno degli eventi sismici più attesi: Battle to the bottle!
Una cena a zero consumo energetico (niente luci, solo candele, niente plastica, niente energia) organizzata dal SISM -Segretariato Italiano Studenti in Medicina- di Trieste.
L’idea nasce per ridurre l’uso eccessivo di bottigliette di plastica (soprattutto tra gli studenti) per cui, chi lo vorrà, potrà avere una borraccia di alluminio ad un prezzo ultra vantaggioso.
Il tutto nella splendida cornice del giardino San Michele.

Non mancheranno le novità! Vi invitiamo ad essere puntuali per assistere alle ore 19.00 ad un incontro di “Vivere nella bellezza si può” tenuto da Marcello Girone Daloli.
Per chi lo volesse già dalle 19 sarà possibile avere accesso al banco delle bevande per iniziare con un aperitivo ascoltando la presentazione.
WhatsApp-Image-20160504 La cena sarà servita intorno alle ore 20.
La serata proseguirà poi con musica: concerto in acustico (senza consumo di energia elettrica!) del duo Irene Pozzo – Chiara Gelmini, il repertorio attinge perlopiù al cantautorato femminile: si incontrano le loro voci, la loro ricerca e la loro sensibilità, per raccontare in modo unico le canzoni di Violeta Parra, Ane Brun, My Brightest Diamond, Carmen Consoli e Miriam Makeba tra le altre, nonché brani originali.
Seguirà un momento di jam session quindi chiunque ami suonare, può portare il proprio strumento e deliziare il nostro pubblico!

Nel corso di tutta la serata ci sarà accesso al banco dove potrete acquistare dolci equo solidali e bevande.
La serata si concluderà alle ore 23.00 (per direttive comunali) quindi non tardate troppo!!

SILOS di Arturo Penco‏

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È il 5 dicembre, il giorno prima di San Nicolò e siamo a pranzare nel giardino di via San Michele, in attesa di andare con Laura e Andrea a vedere la situazione in cui versa il Silos e soprattutto di chi lo abita.

È una bella giornata autunnale, il sole ci riscalda mentre mangiamo su un tavolino all’aperto tra bambini giocosi e affamati e genitori un po’ meno giocosi ma altrettanto affamati. Oggi il menù preparato da Saha, la cuoca marocchina, è veramente ricco, tra pizza al topinambur e del cous cous pieno di sapori arabi e dei dolcetti di datteri, canapa e lino. Laura ci presenta Rovatti, filosofo triestino. Parliamo (in realtà parla principalmente lui) riguardo la facoltà di filosofia a Trieste, di come sarebbe utile integrare un approccio filosofico assieme a quello scientifico nella medicina, degli aspetti negativi della società e di fuga di cervelli. Ci racconta anche la storia delle sue origini, ai tempi della seconda guerra mondiale, quando aveva solo 6 mesi. Una storia di migrazione, di fuga dalla guerra e di vagabondaggio di una famiglia da una città all’altra alla ricerca di una sistemazione e di un lavoro. Una storia che non è così dissimile dalle storie dei migranti che arrivano da noi. Arriva l’ora di andare, salutiamo Rovatti e assieme a Laura e Andrea ci incamminiamo. Dal paradiso scendiamo verso l’inferno. Passiamo per le vie del centro, tra bancarelle, luci di Natale, gente intenta a fare regali o a prendersi un caffè al bar. Il sole non c’è più, è stato coperto da delle nuvole grigie, e la temperatura cala in fretta. Arriviamo dunque al Silos, terra di nessuno a due passi dalla stazione dei treni e dal Portovecchio. Laura ci racconta che chi ci “abita” proviene principalmente da Afghanistan e Pakistan. Sono appena arrivati in Italia, e stanno al Silos in attesa di fare la richiesta d’asilo e che questa venga esaminata. A volte passano anche tre mesi. Sono tutti ragazzi giovani, le famiglie con donne e bambini vengono trasferite in luoghi più adatti. Ci scorgono da lontano, qualcuno fischia per avvisare che stiamo arrivando. Un gruppetto gioca a pallavolo su un campo improvvisato, composto essenzialmente da una rete. Due ragazzi afgani ci vengono incontro, Laura li conosce, ce li presenta. Hanno un aspetto particolare, c’è qualcosa di arabo e qualcosa di dell’Asia più profonda nei loro lineamenti. Uno dei due la ringrazia dei pantaloni Adidas che gli ha portato qualche giorno prima. Dice che vorrebbe un cagnolino bianco. Laura ci dice: “Mi chiedono sempre di portare un cane, di colore bianco poi, chissà perché bianco. Credo che più che altro vogliano un po’ di affetto”. Scambiamo qualche parola, un po’ in italiano e un po’ in inglese. Laura li rimprovera amichevolmente, li ha invitati a mangiare la pizza a pranzo ma non è venuto nessuno. “Vi aspetto il prossimo sabato, mi raccomando”. Facciamo un giro per l’accampamento. Assomiglia a un campo profughi. Ci sono dei rudimentali ripari per dormire. Strutture che stanno in piedi per miracolo, fatte con ciò che si trova, cartoni, sacchi di plastica, teloni e quant’altro. Ci sono un sacco di fuochi spenti, un paio invece sono accesi, più per fare calore che per cucinare. Le pentole infatti scarseggiano e quelle poche che ci sono, sono annerite e bruciate. Ci viene detto che quando piove o c’è bora, la situazione diventa ancora più infernale. Si riempie tutto d’acqua e di fango e accendono fuochi per scaldarsi con ciò che trovano, sostanzialmente rifiuti. L’aria diventa irrespirabile e gli occhi diventano rossi. Un inceneritore in scala. È un luogo dove fa angoscia andarci, figurarsi viverci. Non ci sono bagni e hanno diritto a una doccia alla settimana in un posto là vicino. Torniamo nel grande piazzale vicino all’entrata, nel frattempo sono arrivati dei furgoni pieni di vestiti e cibo. “Sono sloveni, di Capodistria”, ci dice Laura, “la maggior parte delle associazioni che portano cose non sono di Trieste, tantomeno italiane”. I ragazzi si riversano verso il furgone in modo indisciplinato, i volontari sloveni li organizzano in file più o meno ordinate. Si comincia dalle scarpe, contenute in scatoloni divisi a seconda del numero. Un ragazzo afgano sulla trentina fa da coordinatore, urlando agli altri il numero e distribuendo le scarpe. Ma non è facile tenerli a bada, sono giovani, irruenti, indisciplinati e temono di restare senza scarpe. Finite le scarpe, tocca alla distribuzione del cibo e la ressa aumenta ancora. Cibo in scatola, crackers e cose del genere, ma ci si avventano sopra come se fosse un buffet. Un ragazzo ci passa accanto con le sue scarpe “nuove” (si fa per dire) e ci ringrazia. Arrivano altri volontari di un paio di associazioni triestine a dare una mano. Sono ragazzi della nostra età, volenterosi nel dare una mano ma senza un vero progetto, un’idea di fondo. È lampante come manchi un’organizzazione vera e propria. Il tutto è in mano a poche piccole associazioni che danno il loro contributo ma tutte a loro modo, chi in maniera più organizzata e chi meno. È tempo di andare, ci incamminiamo verso la stazione e ci ritroviamo immersi immediatamente nel tran-tran cittadino, tra automobili, motorini, autobus, gente che passeggia, gente che prende un treno o che è appena arrivata. Chissà quanti tra loro sono consci di cosa succede a pochi metri da lì. È sorprendente quanto il Silos sia così vicino eppure così lontano dalla città, tanto oggetto di discussione ma al contempo oggetto di indifferenza verso chi ci vive in quelle condizioni. Mi vengono in mente le parole di Primo Levi in “Se questo è un uomo”. E mi chiedo, se qualcuno accetta di vivere in una situazione di degrado come questa, dopo aver fatto migliaia di chilometri con mezzi di fortuna e aver rischiato di morire, da cosa scappa? Forse non riusciamo nemmeno a immaginarcelo, da cosa scappano.

Green Planet‏

In occasione della Giornata Mondiale dei Diritti Umani del 10 dicembre, l’area SCORP ha organizzato la conferenza intitolata “Green Planet” che si è tenuta martedì sera del 15 dicembre 2015 presso il circolo Etnoblog.

Come suggerisce il titolo stesso dell’incontro, è stato discusso il tema del cambiamento climatico, argomento strettamente connesso alla questione dei diritti umani ed estremamente attuale considerata la recente chiusura della XXI Conferenza delle Parti dell’UNFCCC (COP21) di Parigi. Ed è stata proprio la COP21 l’evento a cui ha preso parte, in quanto membro della delegazione degli studenti di medicina, la più giovane delle nostre relatrici, Benedetta Rossi.
Studentessa al sesto anno presso l’università di Brescia e membro dell’IFMSA (International Federation of Medical Students Association), Benedetta ha raccontato la propria esperienza a Parigi: pur non avendo diritto di voto, il suo contributo è stato quello di indirizzare i politici, per quanto possibile, verso delle trattative più coscienziose, che tengano conto anche dei dannosi risvolti sulla salute pubblica di cui il cambiamento climatico è già responsabile e che, inevitabilmente, si aggraveranno ulteriormente se non verranno adeguatamente arginati.

Tornando a Green Planet, Il moderatore della conferenza è stato Filippo Giorgi, scienziato membro del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici e direttore di Fisica della terra presso l’ICTP. Giorgi ha introdotto la discussione descrivendo la situazione climatica attuale nel nostro pianeta e fornendo delle preoccupanti stime sul prossimo futuro. Si è soffermato in particolare su tre grandi problemi: l’aumento della temperatura globale, l’innalzamento del livello dei mari e l’inquinamento atmosferico.

È stato poi il turno di Anne Chapuis, glaciologa e consigliere sul clima per il Ministero norvegese dell’ambiente, che si è concentrata maggiormente sull’aspetto economico e sociale del cambiamento climatico.
La biologa marina Serena Fonda, docente di Ecologia presso l’Università degli Studi di Trieste, si è invece soffermata su argomenti pertinenti il suo campo di competenza, ossia oceani e problematiche ad essi correlate come anomalie nel ciclo del carbonio, sbiancamento dei coralli, fino all’acidificazione delle acque, che ha definito con l’espressione di effetto ‘osteoporosi degli oceani’.
Infine Lucia Piani, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi di Udine e docente nel corso di laurea in Scienze e Tecnologie per l’Ambiente e il Territorio, ha presentato il progetto “La farina di tutti”, un’iniziativa nata nei comuni di Udine e Gorizia volta a sperimentare una filiera autogestita e condivisa della farina.
Pertanto, eccezion fatta per l’iniziativa di cui si è occupata Lucia Piani, il quadro generale dipinto dai nostri relatori è stato nel complesso piuttosto pessimistico, sia dal versante degli scienziati e biologi che si sono concentrati maggiormente sugli aspetti puramente scientifici, sia dal versante più politico (Benedetta). L’idea centrale che ci è stata trasmessa da tutti e 5 all’unanimità è stata la spinta ad informarsi e soprattutto a fare sistema, perché il vero cambiamento deve partire dal basso.

Elena Vianello

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