Piacere, SISM TRIESTE‏

Ciao a tutti!

Il SISM (Segretariato Italiano Studenti in Medicina) di Trieste ha organizzato quest’evento per farsi conoscere meglio da tutti gli studenti di Medicina, in particolare dai ragazzi del primo e secondo anno.

Iniziamo col dirvi che siamo un’associazione composta esclusivamente da studenti e basata sul volontariato. Il nostro proposito è di rispondere ai bisogni di salute dell’individuo attraverso contributi qualificanti alla formazione accademica degli studenti, alla loro sensibilizzazione sui profili etici e sociali della professione medica, e alla crescita intellettuale, professionale e deontologica delle nuove classi mediche, anche attraverso l’informazione e l’educazione sanitaria della popolazione.

Vi anticipiamo un po’ di cose di cui si occupa il SISM:
– Promuvere la conoscenza e gli scambi tra popolazioni e nazioni grazie alle collaborazioni tra Atenei italiani e stranieri che ci permettono di svolgere dei TIROCINI ALL’ESTERO della durata di 1 mese
– Organizzare e partecipare a CAMPAGNE DI SENSIBILIZZAZIONE e ed eventi nell’ambito della Salute Pubblica, della salute Sessuale e Riproduttiva, dei Diritti Umani.
– Promuovere la tutela dell’AMBIENTE e la sensibilizzazione della società nei confronti di temi quali il cambiamento climatico, l’inquinamento ambientale, e il loro impatto sulla Salute.
– Organizzare e partecipare ad EVENTI DI FORMAZIONE sia in Italia che all’estero (tramite associazioni partner) su tematiche quali Salute Pubblica, Salute Sessuale e Riproduttiva, Medical Education, Diritti Umani, Ambiente e Salute.

Se volete conoscerci meglio e sapere che attività organizziamo qui a Trieste, seguiteci su:

-facebook: sismtrieste

-instagram: sismtrieste

A presto,
Il SISM di Trieste!

Campagna scambi 2017/2018‏

Cari Scambisti!
Finalmente sono uscite le graduatorie per la campagna scambi 2017/18.

Vi preghiamo di segnalare qualsiasi, a vostro avviso, inesattezza della graduatoria entro 72 ORE dalla pubblicazione della stessa, pena la non presa in considerazione del reclamo.

Una volta verificata la vistra eleggibilità allo scambio, leggetevi bene le EXCHANGE CONDITIONS delle vostre possibili scelte sul sito www.ifmsa.org e presentatevi all’assegnazione delle mete, che si terrà al polo didattico di Cattinara in data 9/01/2017.
In caso di impossibilità vostra ad essere presenti potete delegare un terzo per sostituirvi nella procedura.

Per qualunque domanda, potete contattarci alla mail leo@trieste.sism.org

Buone feste a tutti,
Il team scambi!

spagnolo-2017-2018
inglese-2017-2018

Battle to the Bottle‏

Locandina Battle Hai voglia di passare una serata diversa dal solito?
Ritorna anche quest’anno uno degli eventi sismici più attesi: Battle to the bottle!
Una cena a zero consumo energetico (niente luci, solo candele, niente plastica, niente energia) organizzata dal SISM -Segretariato Italiano Studenti in Medicina- di Trieste.
L’idea nasce per ridurre l’uso eccessivo di bottigliette di plastica (soprattutto tra gli studenti) per cui, chi lo vorrà, potrà avere una borraccia di alluminio ad un prezzo ultra vantaggioso.
Il tutto nella splendida cornice del giardino San Michele.

Non mancheranno le novità! Vi invitiamo ad essere puntuali per assistere alle ore 19.00 ad un incontro di “Vivere nella bellezza si può” tenuto da Marcello Girone Daloli.
Per chi lo volesse già dalle 19 sarà possibile avere accesso al banco delle bevande per iniziare con un aperitivo ascoltando la presentazione.
WhatsApp-Image-20160504 La cena sarà servita intorno alle ore 20.
La serata proseguirà poi con musica: concerto in acustico (senza consumo di energia elettrica!) del duo Irene Pozzo – Chiara Gelmini, il repertorio attinge perlopiù al cantautorato femminile: si incontrano le loro voci, la loro ricerca e la loro sensibilità, per raccontare in modo unico le canzoni di Violeta Parra, Ane Brun, My Brightest Diamond, Carmen Consoli e Miriam Makeba tra le altre, nonché brani originali.
Seguirà un momento di jam session quindi chiunque ami suonare, può portare il proprio strumento e deliziare il nostro pubblico!

Nel corso di tutta la serata ci sarà accesso al banco dove potrete acquistare dolci equo solidali e bevande.
La serata si concluderà alle ore 23.00 (per direttive comunali) quindi non tardate troppo!!

Genova, oltre le trofie c’è di più. di Silvia Buriolla‏

Non sono brava a scrivere e nemmeno ad esprimere emozioni. Figurarsi nella combo dei due.
Li trovo compiti difficilissimi forse perché, in fin dei conti, richiedono entrambi un dover fare mente locale, un tirare le somme di qualcosa.

Non sono brava nemmeno nei resoconti, effettivamente.

Ci sono tantissime cose in cui non sono brava, ora che ci penso.
Talmente tante che una volta partita, potrei andare avanti all’infinito.

Però ci sono anche cose che so fare. Per esempio, so ascoltare il mio istinto le poche volte che mi parla. L’ultima è stata quando ho letto la mail per inviare la candidatura al progetto Clerkita. Lettura, risposta. Tempo trascorso tra le due azioni: il tempo tecnico di pigiare tutti i tasti per rispondere a ciò che veniva richiesto. Archivio l’e-mail ed archivio la questione. Tanto non andrà in porto nulla, di solito sono sfortunata o c’è qualcuno con più competenze che viene scelto. Ma forse la sfortuna mi piace di più, almeno non devo dare la colpa a me stessa.
Altra settimana, altra mail. “Ci hanno assegnato Genova, ti mando i documenti da compilare per partire”. E ora che si fa? Poco per decidere, un mese per partire. Vado d’istinto, ancora. Entro la mattina successiva stampo tutte le scartoffie del caso e faccio il bonifico.

Un mese e si parte. Un mese e ci si allontana dall’ambiente più familiare che ho avuto negli ultimi cinque anni. Un mese e si viene catapultati in un contesto totalmente estraneo.
So che non è il viaggio della vita, forse non è nemmeno un viaggio. Sono sei ore di treno, e che ci vuole? Genova è molto più vicina delle mete che, ad esempio, vengono assegnate nei progetti Clerkship.
Se non è la distanza, allora cos’è? Scherzando la definisco ansia sociale; quella paura dell’affrontare contesti e persone nuovi, di buttarsi nelle situazioni, da sola. Il timore di non riuscire ad inserirsi ed ambientarsi, un po’ per insicurezza, un po’ per timidezza. Che forse sono la stessa cosa.
Penso sia un timore classico, la differenza la fa come si cerca di farne fronte. Penso penso e mi fascio la testa. A che serve? Ormai si parte e basta. Meglio veicolare le energie nei preparativi.

Iniziano i primi contatti con i Sismici genovesi. L’apparenza inganna, ma speriamo che questa volta ci azzecchi perché la prima impressione è ottima.
Prenoto i biglietti, preparo la valigia ed il primo Marzo si parte. Portogruaro-Mestre-Milano-Genova. In sei ore passo dalla bassa friulana alla terra del pesto, dove inizia il gioco del “con quell’accento…di dove sei?”.
In stazione mi aspettano due ragazze, una delle quali è la mia CP, una specie di baby sitter per i miei primi giorni. E’ la prima volta che le vedo, ma ci abbracciamo e ci sorridiamo come fossimo già amiche. Mi accompagnano in quella che sarà la mia casa per un mese. Conosco la mia coinquilina, ma il giorno dopo deve sostenere l’esame di Anatomia Patologica quindi usciamo subito. Inizia la prima gita. Si va al mare, in corso Italia. Non ci sono né H&M né intimissimi, ma una bellissima passeggiata rialzata rispetto alla spiaggia. La sorpresa più grande si trova quasi alla fine.
Si svolta l’ultima curva e ci si trova davanti al piccolo golfo di Boccadasse. Scrivete Genova sulla ricerca immagini ed è il primo risultato che troverete.

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Ho la fortuna di vederla con il sole e scatta il primo innamoramento del mese.
Mangiamo un gelato appollaiate su dei sassi sulla spiaggia, ci godiamo il panorama ed il bel tempo. Due chiacchere e si riparte. Contapassi alle stelle, piedi stressatissimi.
Genova ha preso in prestito da Trieste i suoi dislivelli e li ha maggiorati. Passeggiamo tutto il pomeriggio, torno a casa distrutta.
Prima cena con la nuova famiglia e le nuove tradizioni. Le trofie con il pesto mi riservano una buona accoglienza e tamponano bene la stanchezza.
Cibo, quattro chiacchere e a nanna presto perché il mattino successivo è il grande giorno di inserimento in corsia. Mi addormento in un battibaleno.
Sveglia alle 7, tempi biblici per prepararsi ed alle otto sono in reparto.
Tra casa e reparto ci sono 5 minuti e troppe scale. Complice la mia poca sportività, arrivo sudata e senza un polmone. Mi presento da ansimante maratoneta, mi cambio e cerco di mimetizzarmi tra gli autoctoni.

Sono in Oncologia, ma paradossalmente trovo più sorrisi e tranquillità qui che in tutte le due torri di Cattinara. Trovo serenità e consapevolezza, in ogni loro sfaccettatura.
Il primo giorno lo passo in reparto, tra cartelle e giro visite. I successivi saranno diversi, ho abbastanza autonomia e posso scegliere a quali attività partecipare.
Personalmente prediligo l’ambulatorio, mi consente di vedere più persone, visitarle e scambiarci due parole. Mi capita di dover gestire da sola prime visite e cartelle cliniche da compilare ex novo. Prova di fiducia o incoscienza? Ancora non mi so rispondere. Quello che so è che il rischio vale fino in fondo le cose che imparo.
A valere sono anche le lacrime che blocco quando una mamma od un papà parlano commossi dei propri figli. Figli che diventano senso del loro voler guarire, obiettivo di una lotta che a volte è già persa in partenza, ma alla quale fino all’ultimo non ci si vuole arrendere.
Ecco un’altra cosa che ho imparato, forse la più importante. Ho imparato cosa significhi la speranza, oltre ogni destino al quale si è assegnati. Ho imparato a non guardare con compassione, a non compatire, ma ad ammirare la forza d’animo di tutti che si poteva declinare sia nel mostrarsi d’acciaio che nel rivelarsi vulnerabili e fragili, totalmente disarmati.
Metto in fila ore, volti e nomi. Inizio ad ambientarmi sia dentro che fuori dal reparto.
Conosco gli altri Incomings e faccio i conti con la mia invidiabile ignoranza linguistica.
Iniziano le uscite, anche se francamente prediligo giocare in casa ed uscire con i sismici italiani. Mi fanno sentire subito a casa, una di loro. Per la prima volta scopro di riuscire ad essere un animale sociale e non è affatto male come sensazione. In poche serate abbattono tutte le paure con le quali sono partita.
Forse il senso della mia Clerkita è stato proprio questo, l’abbattere la paura, il timore, l’ansia.

Se dovessi riassumere la mia esperienza, non metterei in fila aneddoti su cosa ho fatto o visto, ma direi semplicemente che sono tornata sentendomi più grande di come sono partita.
Più grande e più consapevole dell’importanza che rivestono le persone che si incontrano.
Penso che il fattore fortuna sia determinante. Sono stata molto fortunata, in tutto questo.

Sono partita impaurita, sono tornata malinconica.
Sono partita con l’attaccamento a casa ed alle persone che ci lasciavo, sono tornata con il cuore un po’ più grande per farci stare Genova ed i nuovi amici.

SILOS di Arturo Penco‏

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È il 5 dicembre, il giorno prima di San Nicolò e siamo a pranzare nel giardino di via San Michele, in attesa di andare con Laura e Andrea a vedere la situazione in cui versa il Silos e soprattutto di chi lo abita.

È una bella giornata autunnale, il sole ci riscalda mentre mangiamo su un tavolino all’aperto tra bambini giocosi e affamati e genitori un po’ meno giocosi ma altrettanto affamati. Oggi il menù preparato da Saha, la cuoca marocchina, è veramente ricco, tra pizza al topinambur e del cous cous pieno di sapori arabi e dei dolcetti di datteri, canapa e lino. Laura ci presenta Rovatti, filosofo triestino. Parliamo (in realtà parla principalmente lui) riguardo la facoltà di filosofia a Trieste, di come sarebbe utile integrare un approccio filosofico assieme a quello scientifico nella medicina, degli aspetti negativi della società e di fuga di cervelli. Ci racconta anche la storia delle sue origini, ai tempi della seconda guerra mondiale, quando aveva solo 6 mesi. Una storia di migrazione, di fuga dalla guerra e di vagabondaggio di una famiglia da una città all’altra alla ricerca di una sistemazione e di un lavoro. Una storia che non è così dissimile dalle storie dei migranti che arrivano da noi. Arriva l’ora di andare, salutiamo Rovatti e assieme a Laura e Andrea ci incamminiamo. Dal paradiso scendiamo verso l’inferno. Passiamo per le vie del centro, tra bancarelle, luci di Natale, gente intenta a fare regali o a prendersi un caffè al bar. Il sole non c’è più, è stato coperto da delle nuvole grigie, e la temperatura cala in fretta. Arriviamo dunque al Silos, terra di nessuno a due passi dalla stazione dei treni e dal Portovecchio. Laura ci racconta che chi ci “abita” proviene principalmente da Afghanistan e Pakistan. Sono appena arrivati in Italia, e stanno al Silos in attesa di fare la richiesta d’asilo e che questa venga esaminata. A volte passano anche tre mesi. Sono tutti ragazzi giovani, le famiglie con donne e bambini vengono trasferite in luoghi più adatti. Ci scorgono da lontano, qualcuno fischia per avvisare che stiamo arrivando. Un gruppetto gioca a pallavolo su un campo improvvisato, composto essenzialmente da una rete. Due ragazzi afgani ci vengono incontro, Laura li conosce, ce li presenta. Hanno un aspetto particolare, c’è qualcosa di arabo e qualcosa di dell’Asia più profonda nei loro lineamenti. Uno dei due la ringrazia dei pantaloni Adidas che gli ha portato qualche giorno prima. Dice che vorrebbe un cagnolino bianco. Laura ci dice: “Mi chiedono sempre di portare un cane, di colore bianco poi, chissà perché bianco. Credo che più che altro vogliano un po’ di affetto”. Scambiamo qualche parola, un po’ in italiano e un po’ in inglese. Laura li rimprovera amichevolmente, li ha invitati a mangiare la pizza a pranzo ma non è venuto nessuno. “Vi aspetto il prossimo sabato, mi raccomando”. Facciamo un giro per l’accampamento. Assomiglia a un campo profughi. Ci sono dei rudimentali ripari per dormire. Strutture che stanno in piedi per miracolo, fatte con ciò che si trova, cartoni, sacchi di plastica, teloni e quant’altro. Ci sono un sacco di fuochi spenti, un paio invece sono accesi, più per fare calore che per cucinare. Le pentole infatti scarseggiano e quelle poche che ci sono, sono annerite e bruciate. Ci viene detto che quando piove o c’è bora, la situazione diventa ancora più infernale. Si riempie tutto d’acqua e di fango e accendono fuochi per scaldarsi con ciò che trovano, sostanzialmente rifiuti. L’aria diventa irrespirabile e gli occhi diventano rossi. Un inceneritore in scala. È un luogo dove fa angoscia andarci, figurarsi viverci. Non ci sono bagni e hanno diritto a una doccia alla settimana in un posto là vicino. Torniamo nel grande piazzale vicino all’entrata, nel frattempo sono arrivati dei furgoni pieni di vestiti e cibo. “Sono sloveni, di Capodistria”, ci dice Laura, “la maggior parte delle associazioni che portano cose non sono di Trieste, tantomeno italiane”. I ragazzi si riversano verso il furgone in modo indisciplinato, i volontari sloveni li organizzano in file più o meno ordinate. Si comincia dalle scarpe, contenute in scatoloni divisi a seconda del numero. Un ragazzo afgano sulla trentina fa da coordinatore, urlando agli altri il numero e distribuendo le scarpe. Ma non è facile tenerli a bada, sono giovani, irruenti, indisciplinati e temono di restare senza scarpe. Finite le scarpe, tocca alla distribuzione del cibo e la ressa aumenta ancora. Cibo in scatola, crackers e cose del genere, ma ci si avventano sopra come se fosse un buffet. Un ragazzo ci passa accanto con le sue scarpe “nuove” (si fa per dire) e ci ringrazia. Arrivano altri volontari di un paio di associazioni triestine a dare una mano. Sono ragazzi della nostra età, volenterosi nel dare una mano ma senza un vero progetto, un’idea di fondo. È lampante come manchi un’organizzazione vera e propria. Il tutto è in mano a poche piccole associazioni che danno il loro contributo ma tutte a loro modo, chi in maniera più organizzata e chi meno. È tempo di andare, ci incamminiamo verso la stazione e ci ritroviamo immersi immediatamente nel tran-tran cittadino, tra automobili, motorini, autobus, gente che passeggia, gente che prende un treno o che è appena arrivata. Chissà quanti tra loro sono consci di cosa succede a pochi metri da lì. È sorprendente quanto il Silos sia così vicino eppure così lontano dalla città, tanto oggetto di discussione ma al contempo oggetto di indifferenza verso chi ci vive in quelle condizioni. Mi vengono in mente le parole di Primo Levi in “Se questo è un uomo”. E mi chiedo, se qualcuno accetta di vivere in una situazione di degrado come questa, dopo aver fatto migliaia di chilometri con mezzi di fortuna e aver rischiato di morire, da cosa scappa? Forse non riusciamo nemmeno a immaginarcelo, da cosa scappano.

Ferrara di Benedetta Storti‏

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Avevamo la bici, ma sempre a mano,
e poi in sella! lanciati giù dalle mura
mi cercavi dietro di te con la paura
di vedermi scivolata nel pantano /
e la Tecolenta rimasta sul piatto
sopravviveva brevemente alle dita
in quella preziosa pace fiorita
del giardinetto degli Schifanoia,
dove a sorrisi distribuivamo gioia
agli avventori pallidi americani
che con un ridicolo italiano:
‘capelaci e cafe vogliamo’.
La Cattedrale tutta s’appoggia
su una statua che d’uomo ha la foggia
e noi ne rubammo un pezzo di muro
per alleviarne il pesante lavoro /
e la Certosa a passo rispettoso
ci riservò qualche antro ombroso
dove proteggerci dallo sguardo violento
di chi immortalato in nobil portamento
morto centotrenta anni or sono
certo non ci avrebbe dato il perdono
per quel bacio rapido e sincero
in quel monumental cimitero.

Sonetto di Benedetta Storti‏

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E’ arrivato il tossicodipendente!
in reparto di Neurologia
per globale amnesia
dopo un brutto incidente.

Il paralitico non deficiente
ripete infinito la litania:
è soluzione alla disartria
tenere sempre parole a mente.

Adesso penso che bel mestiere
per un mese far lo studente
nel reparto di neurologia

quaderni zeppi di appunti su miastenia
differenziali diagnosi di mano cadente
e l’elegante Incontinente sfintere

Una mattina a Plovdiv di Ginevra Morgante‏

Sono le 6.45 quando suona la sveglia nella mia piccola stanza del dormitorio degli studenti di Medicina a Plovdiv.
Non so quale principio fisico governi questo fenomeno, ma da quando sono arrivata non ho trovato nessun problema ad alzarmi a questi orari per me innaturali, ogni giorno.
Questo non significa però che io sia puntuale: ho ancora l’asciugamano avvolto intorno ai capelli bagnati quando la mia compagna di tirocinio Melike, una ragazza turca molto dolce, bussa alla porta della stanza. Panico. Cerco di fare più cose possibile per prepararmi, nel tempo che normalmente sarebbe richiesto ad una persona per aprire la porta di una piccola stanza. Trovo Melike che sorride, come sempre, e disperatamente le dico che mi serve ancora un attimo per asciugarmi i capelli e poi arrivo. Lei sta ancora facendo colazione, sta mangiando una banana (perché non utilizzo anche io lo stesso sistema e invece perdo tanto tempo a fare colazione con calma e poi mi ritrovo a correre?) e mentre mastica solleva le spalle e mi dimostra che non c’è nessun problema.
In pochi minuti finalmente sono pronta e ci incamminiamo verso l’ospedale.
Fa già caldo, siamo a metà Agosto e in questo periodo le temperature a Plovdiv volano verso i quaranta gradi.
Le strade ormai mi sono familiari e quasi quasi mi piace la zona, cosa che mai avrei creduto potesse capitare due settimane prima, quando ero arrivata. Era sera e pioveva a dirotto al mio arrivo, avevo visto in lontananza l’ospedale decadente e l’avevo scambiato per un palazzo abbandonato da chissà quanto tempo. Quando il mio Contact Person me l’aveva indicato come l’ospedale universitario avevo avuto un tuffo al cuore. Le strade intorno all’ospedale erano quelle tipiche di una periferia di una città dell’ex-Unione Sovietica. Palazzoni grigi, strettamente addossati l’uno all’altro e strade un po’ dissestate.
Tra questi per fortuna però spiccava il dormitorio degli studenti, un palazzo nuovo.
Già qualche giorno dopo però mi ero ricreduta sul luogo dove vivevamo. Le strade in fondo erano pulite, c’era in realtà molto verde tra i palazzi e lungo le strade e l’ambiente era molto tranquillo. Forse era stato il grigiore della serata piovosa a nascondere tutto ciò.
Io e Melike camminiamo al sole che ancora non brucia, verso l’ospedale. Temo un po’ questa giornata perché all’interno dei reparti non c’è l’aria condizionata e si soffre abbastanza per il caldo.
Chiacchieriamo allegramente però mentre attraversiamo una zona non trafficata e completamente invasa da sterpaglie, che separa la strada dall’ospedale.
Dall’entrata si arriva subito nel reparto di odontostomatologia, sempre affollatissimo, dove tante persone attendono fuori dagli ambulatori il loro turno, in un angusto corridoio dall’aria stantia. Dall’aspetto sono sempre tutti o Rom o poveri. Dopo tutto sono questi coloro che si rivolgono all’ospedale pubblico e non a quegli ospedali privati modernissimi che si stagliano tra i palazzoni di periferia, subito accanto a quello in cui mi trovo al momento, dalle grandi vetrate illuminate e molto più invitanti, ma purtroppo accessibili solamente ad un’estrema minoranza.
Ci cambiamo e ci dirigiamo verso il reparto di ginecologia. Prendiamo un minuscolo ascensore, uno dei pochi, necessari a tutti i pazienti e parenti che accedono all’ospedale, si sta molto stretti e fa molto caldo. E’ particolare poi perché si ferma nel momento in cui viene aperta la porta a spinta, dai passeggeri. Bisogna quindi fare attenzione ad essere arrivati perfettamente al piano desiderato (e a non volare fuori dall’ascensore inciampando sul pavimento, nel caso ci si fosse fermati un po’ prima di arrivare al livello giusto del piano, come sarebbe capitato a me più volte durante il mese di tirocinio).
Il reparto di ginecologia è piuttosto tranquillo, governato da un primario molto severo.
La dottoressa che seguiamo noi è molto competente e una maga dell’ecografo. Passiamo molto tempo con lei in una piccola stanza dove ci dimostra le sue prodezze. Non hanno molti fondi in questo ospedale e non possono permettersi ecografi di ultima generazione. Ma lei riesce ad ottenerne il meglio e questo le basta. L’ha raccontato a me e Melike un ragazzo tesista che la ammira molto.
E’ molto severa questa dottoressa e non dimostra mai particolare affetto nei nostri confronti ma quando lo trova, ci dedica sempre del tempo per spiegarci qualcosa.
E’ la nostra tutor perché è l’unica, oltre al primario che però è costantemente impegnato, a parlare in inglese nel reparto. Tutti gli altri “no English, no no”, nemmeno gli studenti.
Nonostante ciò ci siamo comunque ambientate all’interno dell’ospedale e abbiamo trovato diversi agganci tra studenti dell’ultimo anno, disponibili a portarci in giro per i reparti e specializzandi.
La cosa più bella però è il rapporto che pian piano si è creato tra me e Melike.
Lei è sempre curiosissima, si pone domande su qualunque cosa veda nei reparti e mi porta quindi a vedere tutto in un’ottica diversa da quella a cui ero abituata. Ci ritroviamo quindi a discutere di ogni caso che incontriamo, di ogni manovra eseguita da un medico o da un infermiere, su ogni aspetto dell’ospedale e del sistema sanitario. Da qui i dibattiti prendono sempre anche altre pieghe e nei momenti vuoti dei tirocini parliamo anche della situazione politica in Turchia, sulle guerre e sugli altri problemi che affliggono l’umanità (ma ovviamente anche di argomenti più leggeri, altrimenti sarei uscita sfinita da questo viaggio).
Si tratta di una di quelle amicizie che non possono che essere destinate a durare per sempre, perché nate in contesti favorevoli, dove le esperienze condivise, costruite su un background simile (siamo entrambe studentesse di Medicina, più o meno della stessa età) ma che è caratterizzato allo stesso tempo anche da importanti differenze culturali, permettono di aprire un confronto su tutti gli ambiti della nostra vita, che non può mai finire di intrecciarsi, di allontanarsi ma per poi ritornare allo stesso punto iniziale, cioè il fatto che siamo due ragazze che hanno deciso di trascorrere un mese assieme in un progetto nato dall’idea di altri ragazzi esattamente come noi.
Vorrei intraprendere un’altra Clerkship per rivivere una nuova amicizia di questo tipo, ma preferisco augurare a chi deve ancora intraprendere questa esperienza la fortuna di trovare una Melike per sé stesso.

On the road to Plovdiv: incontri di Ginevra Morgante‏

È sera alla stazione degli autobus di Trieste.
Aspetto con mia madre che arrivi il pullman che mi permetterà di arrivare il giorno seguente a Sofia, capitale della Bulgaria. E’ parecchio in ritardo.
C’è solamente un piccolo gruppo di signore, intorno alla sessantina, che chiacchierano amichevolmente, cariche di valigie e borse. Parlano tutte in lingua slava; stanno molto probabilmente tornando a casa loro dopo un periodo di lavoro a Trieste.
Parliamo un po’ e scopriamo che effettivamente sono delle badanti che stanno per ricongiungersi con i loro cari, finalmente.
Con quasi due ore di ritardo arriva finalmente l’autobus; saluto mia madre, che come sempre è un po’ ansiosa perché è convinta che in qualche modo riuscirò a perdermi e non arriverò mai in Bulgaria, figuriamoci nella mia stanza del dormitorio a Plovdiv. Ciò che la tranquillizza però è la presenza di quelle signore amichevoli; spera probabilmente che potranno fare da badante anche a me.
Con un po’ di ansia trasmessa da lei, salgo sull’autobus e la saluto dal finestrino.
Mi siedo nel mio angusto spazio; c’è molta confusione sull’autobus. Sono l’unica italiana e tutti parlano a gran voce in lingue a me sconosciute. Sono di ottimo umore però, probabilmente sono tutti contenti di ritornare dalle loro famiglie.
Sono seduta accanto ad una signora un po’ anziana, che comincia subito a parlarmi rapidamente in una lingua che presumo sia bulgaro; provo a parlarle in inglese ma non lo conosce.
A gesti le comunico che non capisco quello che sta cercando di dirmi e che sono italiana. Ride tantissimo. Forse, giustamente, di quanto sono impacciata nel comunicare a gesti. Continua a parlare molto in bulgaro e io continuo a cercare di spiegarle che non comprendo.
Finalmente tira fuori un piccolo dizionario italiano-bulgaro e proviamo un po’ a comunicare. Capisco che è stata in vacanza in Italia, che le è piaciuta tantissimo e che era la prima volta che vi andava. Adesso sta tornando in un piccolo paese bulgaro, non lontano da Plovdiv. Mi dice che Plovdiv è molto carina e questo mi rincuora.
Cerco ad un certo punto però di spiegarle che non riesco più a leggere il suo vocabolario su cui mi indica le parole che vuole utilizzare perché leggere sull’autobus mi causa mal di stomaco. In effetti sto già abbastanza male. Spiegarlo a gesti però è difficilissimo e lei ride. Dice qualcosa in bulgaro a quelli seduti vicino a me che mi guardano e anche loro ridacchiano. Provo a chiedere a loro se conoscono l’inglese o l’italiano. Nessuno.
Finalmente mi comprende e subito tira fuori dalla borsa una bustina con una specie di polvere salatissima, che sembra dado da brodo, che mi dice serve a far passare il mal di macchina. Ne provo un po’ ed effettivamente poi non sono stata male (una sete tremenda sicuramente però mi è venuta).
Nel frattempo abbiamo visto sfilare le luci di Trieste fuori dai finestrini mentre saliamo per le strade che portano sul Carso e poi al confine con la Slovenia. E’ buio quando arriviamo a Lubiana per la prima fermata.
Cerco il bagno della stazione assieme ad una signora molto dolce, anche lei slava, che mi aiuta con le mie borse. Parla abbastanza bene l’italiano. Anche lei lavora in Italia, non ha un brutto lavoro, è una segretaria in un ufficio. Ma il suo desiderio è quello di tornare a casa dalla sua famiglia.
Mangio il mio panino assieme ad un ragazzo bulgaro con i capelli lunghi, che durante il viaggio non mi aveva dato l’impressione di essere molto amichevole ma in realtà è molto aperto e simpatico, e parla un po’ di inglese. Mi spiega che lui era in vacanza in Italia perché ha un amico che vive lì. Lui è universitario a Sofia e per mantenersi fa il tassista. Sorride molto.
Si ritorna sull’autobus, adesso è tardi e le voci cominciano ad affievolirsi. C’è vicino a me una famiglia che dall’aspetto sembra Rom, con dei bambini che ormai dormono tranquilli.
Lo spazio però è molto ristretto e tra le mie borse non riesco a districarmi. La signora bulgara vicino a me mi guarda e mi porge subito il suo cuscino gonfiabile. A gesti bruschi, ma è molto gentile.
Le spiego che non è necessario ma lei insiste e mi indica che lei ha il finestrino accanto a sé su cui appoggiarsi. Commossa dal gesto così gentile accetto ed è una manna dal cielo. Presto dormo anche io.
Arriva la prima dogana con la Croazia e vengo svegliata. Fuori è buio e, nonostante sia Agosto, è anche abbastanza freddo.
CI fanno scendere e metterci in fila per mostrare il passaporto.
Mi si avvicinano le signore che erano presenti con me alla fermata. Mi dicono che avevano notato che mia madre era un po’ ansiosa della mia partenza e che se avessi avuto bisogno di qualunque cosa loro ci sarebbero state. Mi scaldano il cuore. Hanno tutte un aspetto austero, sono donne ormai con un’età inoltrata ma sono forzute e con lo sguardo deciso, ma molto buone e mi sento subito come se fossi in famiglia. Loro sono più sveglie di me in quel momento e chiacchierano animatamente. Spiego loro che sono una studentessa di Medicina e che sto andando a fare un periodo di tirocinio a Plovdiv. Stupisce molto che io sia una ragazza italiana che fa il percorso inverso rispetto a quello che normalmente fanno i bulgari, ovvero andare a studiare in Italia. Spiego che io sono molto contenta di farlo, per conoscere nuovi luoghi e altri sistemi sanitari. Anche loro mi confermano che Plovdiv è molto carina.
sono tutte badanti e lavorano per l’intero anno a Trieste, lontano da mariti, figli e nipoti, che vedono solamente nel mese di pausa che si concedono d’estate. Sono davvero donne forti.
Da quel momento in poi l’intero viaggio l’ho fatto accompagnata da loro. Faccio colazione con loro negli autogrill della Serbia all’alba, mi aiutano con lo zaino se devo andare in bagno, mi danno consigli di ogni tipo. Sono con me per tutte le 17 ore di pullman che separano Trieste da Sofia.
E’ mezzogiorno quando arriviamo. Saluto la signora bulgara che mi aveva prestato il suo cuscino e la ringrazio molto. Mi fa un altro discorso parlando rapidamente in bulgaro, questa volta non dico nulla e sorrido. A questo punto ho imparato che anche in Bulgaria si può salutare con un “Ciao” e quindi così dipartiamo.
Le altre signore, le mie compagne di viaggio, mi mostrano come tutto lì sia scritto in cirillico e che nessuno parla inglese. I primi euro mi aiutano loro a cambiarli in Leva bulgari alla stazione degli autobus e mi aiutano a comprare i biglietti per l’autobus che mi porterà a Plovdiv. E’ il momento dei saluti. Le ringrazio quanto posso, loro mi augurano in tutti i modi ogni bene nella vita. Una di loro mi dà persino il suo numero di cellulare perché io le scriva nel momento in cui fossi arrivata Plovdiv e per sapere se tutto andasse bene e anche per sentirci una volta fossimo state di nuovo entrambe a Trieste.
Dopo i saluti, mi affidano ad una donna che loro sapevano essere diretta a Plovdiv. L’avevo già notata precedentemente: è una donna più giovane dall’aspetto molto mascolino, con i capelli neri tagliati a spazzola e una grossa catena d’argento al collo. Durante il viaggio era spesso in piedi a parlare a gran voce con i suoi vicini. A prima vista quasi mi spaventa, non sorride mai.
Ma l’apparenza mi ha ingannata di nuovo e me ne pento. Tanto è particolare d’aspetto tanto è gentile. Mi porta con sé alla fermata dell’autobus per Plovdiv. Non parla italiano e nemmeno lei conosce una parola di inglese. Facciamo fatica a comunicare e anche lei ride un po’.
Mi fa sedere accanto a sé. Capisco che mi sta chiedendo a quale fermata devo scendere. Le mostro sul cellulare il nome della stazione di Plovdiv. Mi comunica che lei mi farà capire quando dovrò scendere.
Guardo fuori dal finestrino: siamo nella periferia di Sofia ancora e si vedono solo palazzoni grigi decadenti, dall’aspetto totalmente inabitabile.
Il paesaggio non è dei più belli, subito dopo ci troviamo in una campagna un po’ brulla e vuota. Le strade sono abbastanza dissestate e l’autobus ha frequenti sobbalzi.
Comincia a diluviare, giusto per il mio arrivo a Plovdiv.
Arrivata alla mia fermata, saluto la mia compagna di viaggio che mi stringe la mano in modo deciso e mi dice qualcosa in bulgaro che penso sia un augurio.
La saluto e scendo sotto la pioggia all’autostazione.
Non mi sento assolutamente sola, ho fatto amicizia con persone che in altre situazioni non avrei mai pensato potessero diventare amiche, per differenze di ogni tipo, come il background ma soprattutto l’età. Le persone gentili si trovano ovunque però, in qualunque situazione, di qualunque etnia siano, di qualunque aspetto. Mi sento rincuorata e pronta ad affrontare la parte ancora più avvincente del viaggio, che mi porterà a trovare nuove amicizie e a costruire quella che poi sarà la mia “famiglia” per un mese.

Suoni in riva al Baltico di Maria Chiara Del Savio‏

Sono ormai passati cinque mesi dalla mia clerkship in Estonia, ma un’immagine resta impressa nei miei ricordi. Mezzanotte circa, una spiaggia di sassi in riva al mar Baltico, cielo stellato indisturbato da ogni luce umana. Qualcuno tra noi ha avuto il coraggio di fare il bagno in questo scuro freddo mare, che sembra stagliarsi all’infinito, per poi fondersi, in qualche punto lontano, con il cielo notturno. Di ritorno, si uniscono al nostro cerchio. Siamo tutti seduti in riva al mare, ci sentiamo amici da sempre, ma pensandoci bene solo due settimane prima nessuno si conosceva. Dopo qualche lattina di birra estone, Emrah, il ragazzo turco, interrompe il silenzio. “Akdeniz aksamlari bir baska oluyor..Hele bir de aylardan Temmuz ise, bam baska..Sahilde insanlar kol kola simsicak..Cosmamak elde mi boyle bir aksamda” Queste parole, dalla melodia chiaramente orientale, riecheggiano nel cerchio. Un’implicita silenziosa complicità dà avvio alla magia: uno ad uno, ci uniamo al coro e ripetiamo il ritornello della sua canzone, senza conoscere le parole e soprattutto ignorando il loro significato. Smetto un attimo di cantare, per potermi godere a pieno quello che sento: un coro improvvisato ma i cui suoni si amalgamano perfettamente. Si riconosce la voce intonata di Gaia, spiccano l’accento spagnolo di Gabriel, Eva, Marta e Laura e anche quello francese di Louise. Evrim, il ragazzo turco che vive in Austria, chiaramente avvantaggiato, ci conduce. Riesco a distinguere le voci femminili di Anouk, Mafalda, Anka, Polina, Teja e Susanna, mentre Mahadi, Jonut, Robin e Jakub danno il tono maschile.
Ripenso a questa scena ogni volta che leggo di un nuovo filo spinato piantato per siglare un confine, ogni volta che sento aspre parole che marcano le barriere tra le culture. In questo mondo che si dice essere sempre più globalizzato, le differenze culturali faticano a coesistere. Dalle occasioni di confronto da cui potrebbero uscirne valorizzate, ne escono ancora meno prone alla tolleranza verso il diverso. La voce di Mafalda, Jakub, di Jonut e di tutti i ragazzi provenienti da diversi Paesi del mondo, si sono unite, hanno creato insieme la melodia finale, mantenendo però ognuno riconoscibile la propria tonalità. Le culture non dovrebbero piallarsi, conformarsi, ma dovrebbero saper sfruttare le diversità per creare un mondo che, se capace di essere rispettoso verso l’altro, sarebbe certamente arricchito.

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