On the road to Plovdiv: incontri di Ginevra Morgante‏

È sera alla stazione degli autobus di Trieste.
Aspetto con mia madre che arrivi il pullman che mi permetterà di arrivare il giorno seguente a Sofia, capitale della Bulgaria. E’ parecchio in ritardo.
C’è solamente un piccolo gruppo di signore, intorno alla sessantina, che chiacchierano amichevolmente, cariche di valigie e borse. Parlano tutte in lingua slava; stanno molto probabilmente tornando a casa loro dopo un periodo di lavoro a Trieste.
Parliamo un po’ e scopriamo che effettivamente sono delle badanti che stanno per ricongiungersi con i loro cari, finalmente.
Con quasi due ore di ritardo arriva finalmente l’autobus; saluto mia madre, che come sempre è un po’ ansiosa perché è convinta che in qualche modo riuscirò a perdermi e non arriverò mai in Bulgaria, figuriamoci nella mia stanza del dormitorio a Plovdiv. Ciò che la tranquillizza però è la presenza di quelle signore amichevoli; spera probabilmente che potranno fare da badante anche a me.
Con un po’ di ansia trasmessa da lei, salgo sull’autobus e la saluto dal finestrino.
Mi siedo nel mio angusto spazio; c’è molta confusione sull’autobus. Sono l’unica italiana e tutti parlano a gran voce in lingue a me sconosciute. Sono di ottimo umore però, probabilmente sono tutti contenti di ritornare dalle loro famiglie.
Sono seduta accanto ad una signora un po’ anziana, che comincia subito a parlarmi rapidamente in una lingua che presumo sia bulgaro; provo a parlarle in inglese ma non lo conosce.
A gesti le comunico che non capisco quello che sta cercando di dirmi e che sono italiana. Ride tantissimo. Forse, giustamente, di quanto sono impacciata nel comunicare a gesti. Continua a parlare molto in bulgaro e io continuo a cercare di spiegarle che non comprendo.
Finalmente tira fuori un piccolo dizionario italiano-bulgaro e proviamo un po’ a comunicare. Capisco che è stata in vacanza in Italia, che le è piaciuta tantissimo e che era la prima volta che vi andava. Adesso sta tornando in un piccolo paese bulgaro, non lontano da Plovdiv. Mi dice che Plovdiv è molto carina e questo mi rincuora.
Cerco ad un certo punto però di spiegarle che non riesco più a leggere il suo vocabolario su cui mi indica le parole che vuole utilizzare perché leggere sull’autobus mi causa mal di stomaco. In effetti sto già abbastanza male. Spiegarlo a gesti però è difficilissimo e lei ride. Dice qualcosa in bulgaro a quelli seduti vicino a me che mi guardano e anche loro ridacchiano. Provo a chiedere a loro se conoscono l’inglese o l’italiano. Nessuno.
Finalmente mi comprende e subito tira fuori dalla borsa una bustina con una specie di polvere salatissima, che sembra dado da brodo, che mi dice serve a far passare il mal di macchina. Ne provo un po’ ed effettivamente poi non sono stata male (una sete tremenda sicuramente però mi è venuta).
Nel frattempo abbiamo visto sfilare le luci di Trieste fuori dai finestrini mentre saliamo per le strade che portano sul Carso e poi al confine con la Slovenia. E’ buio quando arriviamo a Lubiana per la prima fermata.
Cerco il bagno della stazione assieme ad una signora molto dolce, anche lei slava, che mi aiuta con le mie borse. Parla abbastanza bene l’italiano. Anche lei lavora in Italia, non ha un brutto lavoro, è una segretaria in un ufficio. Ma il suo desiderio è quello di tornare a casa dalla sua famiglia.
Mangio il mio panino assieme ad un ragazzo bulgaro con i capelli lunghi, che durante il viaggio non mi aveva dato l’impressione di essere molto amichevole ma in realtà è molto aperto e simpatico, e parla un po’ di inglese. Mi spiega che lui era in vacanza in Italia perché ha un amico che vive lì. Lui è universitario a Sofia e per mantenersi fa il tassista. Sorride molto.
Si ritorna sull’autobus, adesso è tardi e le voci cominciano ad affievolirsi. C’è vicino a me una famiglia che dall’aspetto sembra Rom, con dei bambini che ormai dormono tranquilli.
Lo spazio però è molto ristretto e tra le mie borse non riesco a districarmi. La signora bulgara vicino a me mi guarda e mi porge subito il suo cuscino gonfiabile. A gesti bruschi, ma è molto gentile.
Le spiego che non è necessario ma lei insiste e mi indica che lei ha il finestrino accanto a sé su cui appoggiarsi. Commossa dal gesto così gentile accetto ed è una manna dal cielo. Presto dormo anche io.
Arriva la prima dogana con la Croazia e vengo svegliata. Fuori è buio e, nonostante sia Agosto, è anche abbastanza freddo.
CI fanno scendere e metterci in fila per mostrare il passaporto.
Mi si avvicinano le signore che erano presenti con me alla fermata. Mi dicono che avevano notato che mia madre era un po’ ansiosa della mia partenza e che se avessi avuto bisogno di qualunque cosa loro ci sarebbero state. Mi scaldano il cuore. Hanno tutte un aspetto austero, sono donne ormai con un’età inoltrata ma sono forzute e con lo sguardo deciso, ma molto buone e mi sento subito come se fossi in famiglia. Loro sono più sveglie di me in quel momento e chiacchierano animatamente. Spiego loro che sono una studentessa di Medicina e che sto andando a fare un periodo di tirocinio a Plovdiv. Stupisce molto che io sia una ragazza italiana che fa il percorso inverso rispetto a quello che normalmente fanno i bulgari, ovvero andare a studiare in Italia. Spiego che io sono molto contenta di farlo, per conoscere nuovi luoghi e altri sistemi sanitari. Anche loro mi confermano che Plovdiv è molto carina.
sono tutte badanti e lavorano per l’intero anno a Trieste, lontano da mariti, figli e nipoti, che vedono solamente nel mese di pausa che si concedono d’estate. Sono davvero donne forti.
Da quel momento in poi l’intero viaggio l’ho fatto accompagnata da loro. Faccio colazione con loro negli autogrill della Serbia all’alba, mi aiutano con lo zaino se devo andare in bagno, mi danno consigli di ogni tipo. Sono con me per tutte le 17 ore di pullman che separano Trieste da Sofia.
E’ mezzogiorno quando arriviamo. Saluto la signora bulgara che mi aveva prestato il suo cuscino e la ringrazio molto. Mi fa un altro discorso parlando rapidamente in bulgaro, questa volta non dico nulla e sorrido. A questo punto ho imparato che anche in Bulgaria si può salutare con un “Ciao” e quindi così dipartiamo.
Le altre signore, le mie compagne di viaggio, mi mostrano come tutto lì sia scritto in cirillico e che nessuno parla inglese. I primi euro mi aiutano loro a cambiarli in Leva bulgari alla stazione degli autobus e mi aiutano a comprare i biglietti per l’autobus che mi porterà a Plovdiv. E’ il momento dei saluti. Le ringrazio quanto posso, loro mi augurano in tutti i modi ogni bene nella vita. Una di loro mi dà persino il suo numero di cellulare perché io le scriva nel momento in cui fossi arrivata Plovdiv e per sapere se tutto andasse bene e anche per sentirci una volta fossimo state di nuovo entrambe a Trieste.
Dopo i saluti, mi affidano ad una donna che loro sapevano essere diretta a Plovdiv. L’avevo già notata precedentemente: è una donna più giovane dall’aspetto molto mascolino, con i capelli neri tagliati a spazzola e una grossa catena d’argento al collo. Durante il viaggio era spesso in piedi a parlare a gran voce con i suoi vicini. A prima vista quasi mi spaventa, non sorride mai.
Ma l’apparenza mi ha ingannata di nuovo e me ne pento. Tanto è particolare d’aspetto tanto è gentile. Mi porta con sé alla fermata dell’autobus per Plovdiv. Non parla italiano e nemmeno lei conosce una parola di inglese. Facciamo fatica a comunicare e anche lei ride un po’.
Mi fa sedere accanto a sé. Capisco che mi sta chiedendo a quale fermata devo scendere. Le mostro sul cellulare il nome della stazione di Plovdiv. Mi comunica che lei mi farà capire quando dovrò scendere.
Guardo fuori dal finestrino: siamo nella periferia di Sofia ancora e si vedono solo palazzoni grigi decadenti, dall’aspetto totalmente inabitabile.
Il paesaggio non è dei più belli, subito dopo ci troviamo in una campagna un po’ brulla e vuota. Le strade sono abbastanza dissestate e l’autobus ha frequenti sobbalzi.
Comincia a diluviare, giusto per il mio arrivo a Plovdiv.
Arrivata alla mia fermata, saluto la mia compagna di viaggio che mi stringe la mano in modo deciso e mi dice qualcosa in bulgaro che penso sia un augurio.
La saluto e scendo sotto la pioggia all’autostazione.
Non mi sento assolutamente sola, ho fatto amicizia con persone che in altre situazioni non avrei mai pensato potessero diventare amiche, per differenze di ogni tipo, come il background ma soprattutto l’età. Le persone gentili si trovano ovunque però, in qualunque situazione, di qualunque etnia siano, di qualunque aspetto. Mi sento rincuorata e pronta ad affrontare la parte ancora più avvincente del viaggio, che mi porterà a trovare nuove amicizie e a costruire quella che poi sarà la mia “famiglia” per un mese.

Suoni in riva al Baltico di Maria Chiara Del Savio‏

Sono ormai passati cinque mesi dalla mia clerkship in Estonia, ma un’immagine resta impressa nei miei ricordi. Mezzanotte circa, una spiaggia di sassi in riva al mar Baltico, cielo stellato indisturbato da ogni luce umana. Qualcuno tra noi ha avuto il coraggio di fare il bagno in questo scuro freddo mare, che sembra stagliarsi all’infinito, per poi fondersi, in qualche punto lontano, con il cielo notturno. Di ritorno, si uniscono al nostro cerchio. Siamo tutti seduti in riva al mare, ci sentiamo amici da sempre, ma pensandoci bene solo due settimane prima nessuno si conosceva. Dopo qualche lattina di birra estone, Emrah, il ragazzo turco, interrompe il silenzio. “Akdeniz aksamlari bir baska oluyor..Hele bir de aylardan Temmuz ise, bam baska..Sahilde insanlar kol kola simsicak..Cosmamak elde mi boyle bir aksamda” Queste parole, dalla melodia chiaramente orientale, riecheggiano nel cerchio. Un’implicita silenziosa complicità dà avvio alla magia: uno ad uno, ci uniamo al coro e ripetiamo il ritornello della sua canzone, senza conoscere le parole e soprattutto ignorando il loro significato. Smetto un attimo di cantare, per potermi godere a pieno quello che sento: un coro improvvisato ma i cui suoni si amalgamano perfettamente. Si riconosce la voce intonata di Gaia, spiccano l’accento spagnolo di Gabriel, Eva, Marta e Laura e anche quello francese di Louise. Evrim, il ragazzo turco che vive in Austria, chiaramente avvantaggiato, ci conduce. Riesco a distinguere le voci femminili di Anouk, Mafalda, Anka, Polina, Teja e Susanna, mentre Mahadi, Jonut, Robin e Jakub danno il tono maschile.
Ripenso a questa scena ogni volta che leggo di un nuovo filo spinato piantato per siglare un confine, ogni volta che sento aspre parole che marcano le barriere tra le culture. In questo mondo che si dice essere sempre più globalizzato, le differenze culturali faticano a coesistere. Dalle occasioni di confronto da cui potrebbero uscirne valorizzate, ne escono ancora meno prone alla tolleranza verso il diverso. La voce di Mafalda, Jakub, di Jonut e di tutti i ragazzi provenienti da diversi Paesi del mondo, si sono unite, hanno creato insieme la melodia finale, mantenendo però ognuno riconoscibile la propria tonalità. Le culture non dovrebbero piallarsi, conformarsi, ma dovrebbero saper sfruttare le diversità per creare un mondo che, se capace di essere rispettoso verso l’altro, sarebbe certamente arricchito.

Transbalcanica di Giulio Liccari‏

Questo non è un reportage scritto da un giornalista, ma un segmento di vita speso in Grecia. Scrivo solo le mie impressioni e non pretendo di dare delle verità assolute sulla Grecia e sulla sua gente, prendete quello che scrivo come un racconto, un racconto di viaggio.
Durante questi trentanove giorni ho incontrato ex militari girovaghi, dottori fotografi depressi, insegnanti di storia e filosofia transbalcanici, dissidenti iraniani, aspiranti cantautori italiani, attivisti siriani espatriati e il receptionist dell’ostello di Istanbul che si rivela essere il nipote di Sorrentino. Senza dimenticare quarantasei aspiranti medici da quindici nazioni diverse.

Partì con alcuni amici in pullman la notte 30 luglio da Trieste per raggiungere Belgrado.
A Belgrado ero già stato, ma di passaggio. Non avevo grandi ricordi della città, se non delle sue bellissime ragazze. Girammo la città e passammo una notte in un ostello del centro. Dovetti ricredermi sulla città che si rivelò una “Berlino dei Balcani”, non troppo bella, ma molto economica e con molte possibilità per i giovani. Belgrado si trova al centro della pianura pannonica ed è una città in continua crescita, con oltre un milione e mezzo di abitanti. La città è un’eccezione, essa cresce grazie all’inurbamento proveniente dalle campagne serbe, mentre il Paese lentamente procede verso lo spopolamento.
Il ricordo che mi porto della “città bianca” sono i suoi vecchi palazzoni d’epoca socialista che si alternano in sfumature di grigio circondando il centro città e le sue antiche mura.
L’incontro che invece mi torna spesso in mente è quello avvenuto a Zemun, antico paese fuori Belgrado. Il giorno stesso della mia partenza noleggiammo delle biciclette e ci recammo a Zemun. Lì mangiammo in una kafana, cioè la tipica osteria serba, dove tutti furono molto gentili ed ospitali con noi. Alla fine del pranzo chiesi al cuoco di poter fare una fotografia con lui e nella cucina mi venne presentata la sua aiutante. Era una donna robusta sulla quarantina, ma portava male i suoi anni. Sembrava averne passate tante e ciò influiva molto sulla sua figura. Mi disse che era alla disperata ricerca di un lavoro per lasciare Belgrado e la Serbia. Ci ripeté almeno una decina di volte la stessa frase in italiano: aveva un figlio dodicenne, il marito l’aveva lasciata e in Serbia faceva la fame con il suo stipendio di 300 euro al mese. Lei era disposta a fare qualsiasi lavoro, dalla badante alla cuoca. I miei amici ed io le demmo il numero di telefono di qualcuno che forse poteva darle un lavoro a Trieste. Per ringraziarmi la donna mi regalò un čokanjčići, il tipico bicchiere trapezoidale per la rakjia molto simile ad una beuta che si utilizza nei laboratori di chimica.
E’ stato un episodio particolare che mi ha colpito molto. Era la prima volta che una donna europea di mezza età disperatamente mi chiedeva un lavoro od un aiuto per scappare dal suo Paese e per vivere una vita decente. La cosa che forse più mi ha impressionato è stato che una donna, che avrebbe potuto essere benissimo mia madre, chiedeva ad uno sconosciuto ventenne di aiutarla a trovare una soluzione ai suoi problemi economici.

Il primo agosto alle 18.50 salii sul vagone letto del treno macedone che mi doveva portare da Belgrado a Salonicco. Mi aspettavano quindici ore di viaggio in una cuccetta da sei posti. Salutai i miei amici al binario numero uno, un ultimo ciao ed entrai nella mia cuccetta. Mi sembrava di esser tornato in India. Il treno era di un bel blu scuro all’esterno, mentre era sporco e decrepito interiormente. I lettini erano fatti di un materiale simile alla moquette.
Entrato nell’angusto spazio della cuccetta incontrai due ragazze olandesi e un ragazzo tedesco. “Sembrano simpatici” pensai.
Le due ragazze erano in inter-rail dirette a Skopje (ma che minchia vanno a fare a Skopje mi/le domando!), il tedesco era diretto ad Atene passando per Salonicco. Il suo nome era Hanke, era un ragazzo biondo di media corporatura poco più basso di me. Passai le interminabili ore tra un confine e l’altro a parlare della situazione economica greca e soprattutto della sua vita. Aveva servito l’aereonautica tedesca fino a ventiquattro anni e combattuto in Afghanistan comandando uno squadrone di sessanta persone. Dopodiché aveva lasciato l’esercito e si era iscritto ad ingegneria aereospaziale a Monaco. Finita la facoltà girava il mondo (mi ha raccontato dei suoi viaggi in Laos e Vietnam) e ora stava andando a trovare i suoi amici, prima a Belgrado e poi ad Atene.

Il treno viaggiava veloce per le campagne serbe, mentre la luce si affievoliva e il sole tramontava tra le colline boscose. Passammo il confine tra Serbia e Macedonia verso le 2 di notte e aspettammo mezz’ora per i controlli dei passaporti. In tarda mattinata finalmente arrivammo al confine tra Macedonia e Grecia. Il treno aveva diverse ore di ritardo e faceva un caldo infernale, chiaramente non c’era aria condizionata nelle anguste cuccette.
Mi affacciai dal finestrino spalancato a causa del caldo, imprecando per il ritardo che ormai era di due ore sulla tabella di marcia. La visione che mi si presentò fu quella di diverse centinaia di persone ammassate in una piccola stazione ferroviaria di confine nella provincia macedone. La maggior parte era addossata lungo il binario e la folla cercava di salire sul treno che partiva in direzione opposta alla nostra. Erano per la maggior parte siriani diretti in Serbia e poi verso l’Ungheria, nella speranza di raggiungere infine l’Europa del nord.
La bandiera macedone sventolava sotto un sole infuocato, mentre ragazzini bevevano e si lavavano con pompe di plastica “prendendo in prestito” l’acqua della stazione. Non una valigia, non un trolley si potevano vedere tra la calca. I più fortunati avevano uno zaino o delle borse di plastica.
Tra quella marea umana mi ha colpito il sorriso di un siriano. Il suo pollice alzato diretto verso l’obbiettivo della mia macchina fotografica che sbucava dal finestrino di un treno scalcagnato. Un simbolo di speranza. La speranza di poter proseguire un viaggio verso il nord Europa con la moglie e i figli, attraverso le campagne balcaniche tra le botte della polizia di frontiera e gli sputi degli xenofobi.

Arrivai a Salonicco dopo l’una di pomeriggio del due agosto. Il mio arrivo in Grecia era stato segnato dalla povertà e dalla voglia di fuggire. Erano una povertà ed una fuga forse diametralmente opposte. La fuga dei siriani da un paese lontano, un lungo e pericoloso viaggio attraverso due continenti, era diversa dalla volontà di rivalsa e di rinascita della donna serba. Ella scappava dalla miseria di un paese ai confini dell’unione europea. Scappava da Belgrado che è paradossalmente più vicina a Trieste di Roma. Voleva ricominciare la sua vita perché nella sua patria non aveva mai avuto la possibilità di vivere in maniera decente.
I siriani invece, scappavano non tanto dalla povertà, scappavano dalla guerra. Scappavano e scappano dalla trappola mortale nella quale sono stati imprigionati. Prigionieri del presidente Assad da una parte e dai ribelli islamici dall’altra. Non uso a caso queste parole: prigione e prigionieri. Quale scelta possono aver avuto i siriani in questi ultimi quattro anni? Combattere con i ribelli laici? Unirsi alle truppe “islamiche”? Uso le virgolette perché molto spesso questi ribelli non hanno nulla a che fare con la vera religione islamica. Ora hanno intrapreso la soluzione forse più insperata ed attesa fino all’inevitabile, cercare di evadere dalla prigione. Lasciare il loro paese, probabilmente un paese da loro amato. Lasciare le loro case, i loro famigliari, i loro lavori, per intraprendere un viaggio della speranza di più di tre mila chilometri.

Non voglio soffermarmi parlando di cosa penso di tutte le persone che sono più o meno coscientemente xenofobi e razzisti. Voglio solo ricordare e raccontare la speranza e la volontà di rivalsa che ho incontrato negli occhi delle persone che ho potuto incontrare nei tre giorni di viaggio da Trieste a Salonicco. Tre giorni di viaggio da due sponde, due confini dell’Europa. Forse sì, l’Europa è un recinto che contiene al suo interno benessere e pace. Ma questa non è l’Europa che voglio. Non voglio un recinto che con i suoi confini tiene fuori chiunque non sia nato al suo interno.
Ho sentito dire in questi ultimi mesi da giornalisti “di sinistra” italiani e non, che bisogna discriminare i migranti che scappano dalla guerra da quelli che scappano dalla povertà. E che, insomma i rifugiati che scappano dalla guerra vanno bene, posso entrare. Mentre quelli che scappano dalla povertà non possono essere accolti. Ora senza rifarmi alla storia che tutti conosciamo, alle migrazioni che hanno portato italiani, irlandesi, tedeschi, scandinavi, ecc.. negli Stati Uniti, in Australia, in Sud America, mi chiedo ma scappavano dalle guerre o dalla povertà? Certo erano altri tempi, e la popolazione mondiale non era di sette miliardi. Ma se noi volessimo cedere l’1% della nostra ricchezza, soprattutto quella dei milionari o meglio dei miliardari, e spendessimo meno per ricacciare indietro i migranti con muri, fortezze o castelli lungo i confini tra nazioni europee, magari potremmo uscire da questo social Medioevo cibernetico e accogliere coloro che scappano non solo dalla guerra, ma anche dalla povertà assoluta dove vivono.

Gita fuori porta di Elisabetta Rossetti‏

Sono in auto. Ci stiamo dirigendo verso il mar di Galilea, “Kinneret” nella lingua locale. Questo week-end Ido è di servizio nell’esercito, quindi Rinat, la responsabile del team a cui sono stata assegnata, ha deciso di “adottarmi” e portarmi con lei, suo marito e gli altri due suoi figli.
È stato un pensiero bellissimo… In questo posto estraneo, e per certi aspetti ostile, sentirmi parte di una famiglia mi fa sentire al sicuro. Non importa il fatto di non capire la lingua, non importa il fatto che fuori dal finestrino il paesaggio scorre arido e monotono, e non importa nemmeno l’aria condizionata al massimo che mi fa congelare da capo a piedi. Così mi sento bene.
A un certo punto, Haim, il marito, sentendomi poco partecipe alle loro discussioni in israeliano, mi chiede: “Do you know the Eros Ramasoti band?”
Mi disincanto dal mio torpore e rispondo: “Eros Ramazzotti, the Italian singer?”
“Yes yes I like it very much!!”
….
“Do you want to listen to it?”
“Ok!” Rido. Cerco di metterci il massimo entusiasmo possibile.
Haim, tutto contento, fa partire il CD e la voce nasale di Eros risuona nel piccolo abitacolo della Renault.
Mi viene da ridere. E rido. Probabilmente loro penseranno sia perché mi piace la musica. Tutt’altro.
Sono sinceramente stomacata da questo cantante tanto adorato da mia madre, ma il fatto di sentire parole italiane in questo contesto, mi fa sentire, se possibile, ancora più a mio agio e più al sicuro di prima.
A voi sembrerà strano, ma quando si sta così lontani dal proprio paese, in un posto così diverso, basta veramente poco per sentirsi di nuovo a casa.

RISULTATI CONCORSO CAMPAGNA SCAMBI‏

Cari Tutti,
Qui trovate i link dei documenti con i risultati del concorso e l’assegnazione delle mete clerkship.

FRANCESE INGLESE SPAGNOLO TEDESCO

Per la lingua “tedesco” non risulta alcuna meta assegnata, in quanto la germania è stata assegnata ad un punteggio in inglese che era maggiore dei punteggi ottenuti con il tedesco. Stesso discorso per la presenza solamente del cile nella graduatoria in spagnolo.

Per accettare la vostra meta dovete seguire le istruzioni come da bando e presentarvi l’undici gennaio a cattinara alle 14:30 con la ricevuta del pagamento di euro 250.

Nel malaugurato caso voi decideste di rifiutare la meta, per favore fatelo il più repentinamente possibile al fine di rendere più rapida la riassegnazione.

Per qualsiasi richiesta di informazione, reclamo o spiegazioni non esitate a contattarci.

Buone feste a tutti voi

I vostri Scambisti

Green Planet‏

In occasione della Giornata Mondiale dei Diritti Umani del 10 dicembre, l’area SCORP ha organizzato la conferenza intitolata “Green Planet” che si è tenuta martedì sera del 15 dicembre 2015 presso il circolo Etnoblog.

Come suggerisce il titolo stesso dell’incontro, è stato discusso il tema del cambiamento climatico, argomento strettamente connesso alla questione dei diritti umani ed estremamente attuale considerata la recente chiusura della XXI Conferenza delle Parti dell’UNFCCC (COP21) di Parigi. Ed è stata proprio la COP21 l’evento a cui ha preso parte, in quanto membro della delegazione degli studenti di medicina, la più giovane delle nostre relatrici, Benedetta Rossi.
Studentessa al sesto anno presso l’università di Brescia e membro dell’IFMSA (International Federation of Medical Students Association), Benedetta ha raccontato la propria esperienza a Parigi: pur non avendo diritto di voto, il suo contributo è stato quello di indirizzare i politici, per quanto possibile, verso delle trattative più coscienziose, che tengano conto anche dei dannosi risvolti sulla salute pubblica di cui il cambiamento climatico è già responsabile e che, inevitabilmente, si aggraveranno ulteriormente se non verranno adeguatamente arginati.

Tornando a Green Planet, Il moderatore della conferenza è stato Filippo Giorgi, scienziato membro del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici e direttore di Fisica della terra presso l’ICTP. Giorgi ha introdotto la discussione descrivendo la situazione climatica attuale nel nostro pianeta e fornendo delle preoccupanti stime sul prossimo futuro. Si è soffermato in particolare su tre grandi problemi: l’aumento della temperatura globale, l’innalzamento del livello dei mari e l’inquinamento atmosferico.

È stato poi il turno di Anne Chapuis, glaciologa e consigliere sul clima per il Ministero norvegese dell’ambiente, che si è concentrata maggiormente sull’aspetto economico e sociale del cambiamento climatico.
La biologa marina Serena Fonda, docente di Ecologia presso l’Università degli Studi di Trieste, si è invece soffermata su argomenti pertinenti il suo campo di competenza, ossia oceani e problematiche ad essi correlate come anomalie nel ciclo del carbonio, sbiancamento dei coralli, fino all’acidificazione delle acque, che ha definito con l’espressione di effetto ‘osteoporosi degli oceani’.
Infine Lucia Piani, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi di Udine e docente nel corso di laurea in Scienze e Tecnologie per l’Ambiente e il Territorio, ha presentato il progetto “La farina di tutti”, un’iniziativa nata nei comuni di Udine e Gorizia volta a sperimentare una filiera autogestita e condivisa della farina.
Pertanto, eccezion fatta per l’iniziativa di cui si è occupata Lucia Piani, il quadro generale dipinto dai nostri relatori è stato nel complesso piuttosto pessimistico, sia dal versante degli scienziati e biologi che si sono concentrati maggiormente sugli aspetti puramente scientifici, sia dal versante più politico (Benedetta). L’idea centrale che ci è stata trasmessa da tutti e 5 all’unanimità è stata la spinta ad informarsi e soprattutto a fare sistema, perché il vero cambiamento deve partire dal basso.

Elena Vianello

DONAZIONI: tutto quello che avreste sempre voluto sapere (ma non avete mai osato chiedere)‏

Hai mai pensato di donare, ma non hai mai trovato l’occasione di farlo? 
Hai mai pensato di donare, ma non ne sai abbastanza? 
Hai mai pensato di donare, ma hai avuto paura? 
…o non ci hai mai pensato? Se sei tra quelli che crede che donare sia una cosa buona, ma se la fanno gli altri è meglio, allora è la conferenza che fa per te!
Scoprirai che dire midollo osseo non è come dire midollo spinale, scoprirai quale tra i due si può donare, scoprirai che non serve un attentato terroristico per dire che c’è bisogno di aiuto…
E scoprirai poi che donare fa bene anche a te! Il SISM di Trieste, in collaborazione con ADS, ADMO e AIDO, vuole risolverti tutti questi grandi dilemmi con un incontro informale sulle donazioni di sangue, midollo osseo e organi lunedì 30 novembre alle 18:15 in Aula Magna H3 (Università degli Studi di Trieste). 
Interverranno: 
– dott. Luca Mascaretti, direttore del dipartimento di Medicina Trafusionale di Trieste
– dott. Ennio Furlani, presidente ADS
– Giorgio Maranzana, presidente ADMO Trieste

– Fabio Venchi, presidente AIDO Trieste

QUA puoi trovare il link dell’evento facebook
Vi aspettiamo!

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