EXPRESSION(S)ISM‏

Con qualche giorno di ritardo ECCO QUI il numero di Aprile dell’EXPRESSION(S)ISM!

In questo numero: racconti dalla Turchia, interviste a specializzandi di pediatria, suggerimenti musicali e teatrali, eventi in città ed eventi sismici in programma per questo mese, l’oroscopo e i resoconti delle conferenze sismiche di marzo per chiunque se le fosse perse.

Buona lettura

EXPRESSION(S)ISM – II‏

Ecco a voi il secondo numero del nuovissimo EXPRESSION(S)ISM Marzo, il giornalino del SISM Trieste.
Come nello scorso numero, all’interno potete trovare le attività della nostra Sede Locale nel mese appena passato e i progetti per il prossimo mese ma anche interviste agli specializzandi, racconti di chi è stato in clerkship, suggerimenti culturali di vario tipo e tanto altro ancora.
Buona lettura! 🙂

EXPRESSION(S)ISM‏

3… 2… 1…
Il primo numero di EXPRESSION(S)ISM esce (virtualmente) in edicola!

EXPRESSION(S)ISM è il primo giornalino del SISM Trieste, al cui interno potete leggere delle varie attività della nostra Sede Locale: dalle conferenze ai gruppi di autoformazione, alle testimonianze di chi è partito per la clerkship, ma anche di eventì interessanti in città, interviste agli specializzandi e suggerimenti culturali, oltre all’immancabile oroscopo.
Inoltre EXPRESSION)S)ISM è adattissimo da leggere tra una pausa studio e l’altra…

Buona lettura

Giornalino gennaio

Campagna scambi 2017/2018‏

Cari Scambisti!
Finalmente sono uscite le graduatorie per la campagna scambi 2017/18.

Vi preghiamo di segnalare qualsiasi, a vostro avviso, inesattezza della graduatoria entro 72 ORE dalla pubblicazione della stessa, pena la non presa in considerazione del reclamo.

Una volta verificata la vistra eleggibilità allo scambio, leggetevi bene le EXCHANGE CONDITIONS delle vostre possibili scelte sul sito www.ifmsa.org e presentatevi all’assegnazione delle mete, che si terrà al polo didattico di Cattinara in data 9/01/2017.
In caso di impossibilità vostra ad essere presenti potete delegare un terzo per sostituirvi nella procedura.

Per qualunque domanda, potete contattarci alla mail leo@trieste.sism.org

Buone feste a tutti,
Il team scambi!

spagnolo-2017-2018
inglese-2017-2018

Battle to the Bottle‏

Locandina Battle Hai voglia di passare una serata diversa dal solito?
Ritorna anche quest’anno uno degli eventi sismici più attesi: Battle to the bottle!
Una cena a zero consumo energetico (niente luci, solo candele, niente plastica, niente energia) organizzata dal SISM -Segretariato Italiano Studenti in Medicina- di Trieste.
L’idea nasce per ridurre l’uso eccessivo di bottigliette di plastica (soprattutto tra gli studenti) per cui, chi lo vorrà, potrà avere una borraccia di alluminio ad un prezzo ultra vantaggioso.
Il tutto nella splendida cornice del giardino San Michele.

Non mancheranno le novità! Vi invitiamo ad essere puntuali per assistere alle ore 19.00 ad un incontro di “Vivere nella bellezza si può” tenuto da Marcello Girone Daloli.
Per chi lo volesse già dalle 19 sarà possibile avere accesso al banco delle bevande per iniziare con un aperitivo ascoltando la presentazione.
WhatsApp-Image-20160504 La cena sarà servita intorno alle ore 20.
La serata proseguirà poi con musica: concerto in acustico (senza consumo di energia elettrica!) del duo Irene Pozzo – Chiara Gelmini, il repertorio attinge perlopiù al cantautorato femminile: si incontrano le loro voci, la loro ricerca e la loro sensibilità, per raccontare in modo unico le canzoni di Violeta Parra, Ane Brun, My Brightest Diamond, Carmen Consoli e Miriam Makeba tra le altre, nonché brani originali.
Seguirà un momento di jam session quindi chiunque ami suonare, può portare il proprio strumento e deliziare il nostro pubblico!

Nel corso di tutta la serata ci sarà accesso al banco dove potrete acquistare dolci equo solidali e bevande.
La serata si concluderà alle ore 23.00 (per direttive comunali) quindi non tardate troppo!!

Genova, oltre le trofie c’è di più. di Silvia Buriolla‏

Non sono brava a scrivere e nemmeno ad esprimere emozioni. Figurarsi nella combo dei due.
Li trovo compiti difficilissimi forse perché, in fin dei conti, richiedono entrambi un dover fare mente locale, un tirare le somme di qualcosa.

Non sono brava nemmeno nei resoconti, effettivamente.

Ci sono tantissime cose in cui non sono brava, ora che ci penso.
Talmente tante che una volta partita, potrei andare avanti all’infinito.

Però ci sono anche cose che so fare. Per esempio, so ascoltare il mio istinto le poche volte che mi parla. L’ultima è stata quando ho letto la mail per inviare la candidatura al progetto Clerkita. Lettura, risposta. Tempo trascorso tra le due azioni: il tempo tecnico di pigiare tutti i tasti per rispondere a ciò che veniva richiesto. Archivio l’e-mail ed archivio la questione. Tanto non andrà in porto nulla, di solito sono sfortunata o c’è qualcuno con più competenze che viene scelto. Ma forse la sfortuna mi piace di più, almeno non devo dare la colpa a me stessa.
Altra settimana, altra mail. “Ci hanno assegnato Genova, ti mando i documenti da compilare per partire”. E ora che si fa? Poco per decidere, un mese per partire. Vado d’istinto, ancora. Entro la mattina successiva stampo tutte le scartoffie del caso e faccio il bonifico.

Un mese e si parte. Un mese e ci si allontana dall’ambiente più familiare che ho avuto negli ultimi cinque anni. Un mese e si viene catapultati in un contesto totalmente estraneo.
So che non è il viaggio della vita, forse non è nemmeno un viaggio. Sono sei ore di treno, e che ci vuole? Genova è molto più vicina delle mete che, ad esempio, vengono assegnate nei progetti Clerkship.
Se non è la distanza, allora cos’è? Scherzando la definisco ansia sociale; quella paura dell’affrontare contesti e persone nuovi, di buttarsi nelle situazioni, da sola. Il timore di non riuscire ad inserirsi ed ambientarsi, un po’ per insicurezza, un po’ per timidezza. Che forse sono la stessa cosa.
Penso sia un timore classico, la differenza la fa come si cerca di farne fronte. Penso penso e mi fascio la testa. A che serve? Ormai si parte e basta. Meglio veicolare le energie nei preparativi.

Iniziano i primi contatti con i Sismici genovesi. L’apparenza inganna, ma speriamo che questa volta ci azzecchi perché la prima impressione è ottima.
Prenoto i biglietti, preparo la valigia ed il primo Marzo si parte. Portogruaro-Mestre-Milano-Genova. In sei ore passo dalla bassa friulana alla terra del pesto, dove inizia il gioco del “con quell’accento…di dove sei?”.
In stazione mi aspettano due ragazze, una delle quali è la mia CP, una specie di baby sitter per i miei primi giorni. E’ la prima volta che le vedo, ma ci abbracciamo e ci sorridiamo come fossimo già amiche. Mi accompagnano in quella che sarà la mia casa per un mese. Conosco la mia coinquilina, ma il giorno dopo deve sostenere l’esame di Anatomia Patologica quindi usciamo subito. Inizia la prima gita. Si va al mare, in corso Italia. Non ci sono né H&M né intimissimi, ma una bellissima passeggiata rialzata rispetto alla spiaggia. La sorpresa più grande si trova quasi alla fine.
Si svolta l’ultima curva e ci si trova davanti al piccolo golfo di Boccadasse. Scrivete Genova sulla ricerca immagini ed è il primo risultato che troverete.

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Ho la fortuna di vederla con il sole e scatta il primo innamoramento del mese.
Mangiamo un gelato appollaiate su dei sassi sulla spiaggia, ci godiamo il panorama ed il bel tempo. Due chiacchere e si riparte. Contapassi alle stelle, piedi stressatissimi.
Genova ha preso in prestito da Trieste i suoi dislivelli e li ha maggiorati. Passeggiamo tutto il pomeriggio, torno a casa distrutta.
Prima cena con la nuova famiglia e le nuove tradizioni. Le trofie con il pesto mi riservano una buona accoglienza e tamponano bene la stanchezza.
Cibo, quattro chiacchere e a nanna presto perché il mattino successivo è il grande giorno di inserimento in corsia. Mi addormento in un battibaleno.
Sveglia alle 7, tempi biblici per prepararsi ed alle otto sono in reparto.
Tra casa e reparto ci sono 5 minuti e troppe scale. Complice la mia poca sportività, arrivo sudata e senza un polmone. Mi presento da ansimante maratoneta, mi cambio e cerco di mimetizzarmi tra gli autoctoni.

Sono in Oncologia, ma paradossalmente trovo più sorrisi e tranquillità qui che in tutte le due torri di Cattinara. Trovo serenità e consapevolezza, in ogni loro sfaccettatura.
Il primo giorno lo passo in reparto, tra cartelle e giro visite. I successivi saranno diversi, ho abbastanza autonomia e posso scegliere a quali attività partecipare.
Personalmente prediligo l’ambulatorio, mi consente di vedere più persone, visitarle e scambiarci due parole. Mi capita di dover gestire da sola prime visite e cartelle cliniche da compilare ex novo. Prova di fiducia o incoscienza? Ancora non mi so rispondere. Quello che so è che il rischio vale fino in fondo le cose che imparo.
A valere sono anche le lacrime che blocco quando una mamma od un papà parlano commossi dei propri figli. Figli che diventano senso del loro voler guarire, obiettivo di una lotta che a volte è già persa in partenza, ma alla quale fino all’ultimo non ci si vuole arrendere.
Ecco un’altra cosa che ho imparato, forse la più importante. Ho imparato cosa significhi la speranza, oltre ogni destino al quale si è assegnati. Ho imparato a non guardare con compassione, a non compatire, ma ad ammirare la forza d’animo di tutti che si poteva declinare sia nel mostrarsi d’acciaio che nel rivelarsi vulnerabili e fragili, totalmente disarmati.
Metto in fila ore, volti e nomi. Inizio ad ambientarmi sia dentro che fuori dal reparto.
Conosco gli altri Incomings e faccio i conti con la mia invidiabile ignoranza linguistica.
Iniziano le uscite, anche se francamente prediligo giocare in casa ed uscire con i sismici italiani. Mi fanno sentire subito a casa, una di loro. Per la prima volta scopro di riuscire ad essere un animale sociale e non è affatto male come sensazione. In poche serate abbattono tutte le paure con le quali sono partita.
Forse il senso della mia Clerkita è stato proprio questo, l’abbattere la paura, il timore, l’ansia.

Se dovessi riassumere la mia esperienza, non metterei in fila aneddoti su cosa ho fatto o visto, ma direi semplicemente che sono tornata sentendomi più grande di come sono partita.
Più grande e più consapevole dell’importanza che rivestono le persone che si incontrano.
Penso che il fattore fortuna sia determinante. Sono stata molto fortunata, in tutto questo.

Sono partita impaurita, sono tornata malinconica.
Sono partita con l’attaccamento a casa ed alle persone che ci lasciavo, sono tornata con il cuore un po’ più grande per farci stare Genova ed i nuovi amici.

SILOS di Arturo Penco‏

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È il 5 dicembre, il giorno prima di San Nicolò e siamo a pranzare nel giardino di via San Michele, in attesa di andare con Laura e Andrea a vedere la situazione in cui versa il Silos e soprattutto di chi lo abita.

È una bella giornata autunnale, il sole ci riscalda mentre mangiamo su un tavolino all’aperto tra bambini giocosi e affamati e genitori un po’ meno giocosi ma altrettanto affamati. Oggi il menù preparato da Saha, la cuoca marocchina, è veramente ricco, tra pizza al topinambur e del cous cous pieno di sapori arabi e dei dolcetti di datteri, canapa e lino. Laura ci presenta Rovatti, filosofo triestino. Parliamo (in realtà parla principalmente lui) riguardo la facoltà di filosofia a Trieste, di come sarebbe utile integrare un approccio filosofico assieme a quello scientifico nella medicina, degli aspetti negativi della società e di fuga di cervelli. Ci racconta anche la storia delle sue origini, ai tempi della seconda guerra mondiale, quando aveva solo 6 mesi. Una storia di migrazione, di fuga dalla guerra e di vagabondaggio di una famiglia da una città all’altra alla ricerca di una sistemazione e di un lavoro. Una storia che non è così dissimile dalle storie dei migranti che arrivano da noi. Arriva l’ora di andare, salutiamo Rovatti e assieme a Laura e Andrea ci incamminiamo. Dal paradiso scendiamo verso l’inferno. Passiamo per le vie del centro, tra bancarelle, luci di Natale, gente intenta a fare regali o a prendersi un caffè al bar. Il sole non c’è più, è stato coperto da delle nuvole grigie, e la temperatura cala in fretta. Arriviamo dunque al Silos, terra di nessuno a due passi dalla stazione dei treni e dal Portovecchio. Laura ci racconta che chi ci “abita” proviene principalmente da Afghanistan e Pakistan. Sono appena arrivati in Italia, e stanno al Silos in attesa di fare la richiesta d’asilo e che questa venga esaminata. A volte passano anche tre mesi. Sono tutti ragazzi giovani, le famiglie con donne e bambini vengono trasferite in luoghi più adatti. Ci scorgono da lontano, qualcuno fischia per avvisare che stiamo arrivando. Un gruppetto gioca a pallavolo su un campo improvvisato, composto essenzialmente da una rete. Due ragazzi afgani ci vengono incontro, Laura li conosce, ce li presenta. Hanno un aspetto particolare, c’è qualcosa di arabo e qualcosa di dell’Asia più profonda nei loro lineamenti. Uno dei due la ringrazia dei pantaloni Adidas che gli ha portato qualche giorno prima. Dice che vorrebbe un cagnolino bianco. Laura ci dice: “Mi chiedono sempre di portare un cane, di colore bianco poi, chissà perché bianco. Credo che più che altro vogliano un po’ di affetto”. Scambiamo qualche parola, un po’ in italiano e un po’ in inglese. Laura li rimprovera amichevolmente, li ha invitati a mangiare la pizza a pranzo ma non è venuto nessuno. “Vi aspetto il prossimo sabato, mi raccomando”. Facciamo un giro per l’accampamento. Assomiglia a un campo profughi. Ci sono dei rudimentali ripari per dormire. Strutture che stanno in piedi per miracolo, fatte con ciò che si trova, cartoni, sacchi di plastica, teloni e quant’altro. Ci sono un sacco di fuochi spenti, un paio invece sono accesi, più per fare calore che per cucinare. Le pentole infatti scarseggiano e quelle poche che ci sono, sono annerite e bruciate. Ci viene detto che quando piove o c’è bora, la situazione diventa ancora più infernale. Si riempie tutto d’acqua e di fango e accendono fuochi per scaldarsi con ciò che trovano, sostanzialmente rifiuti. L’aria diventa irrespirabile e gli occhi diventano rossi. Un inceneritore in scala. È un luogo dove fa angoscia andarci, figurarsi viverci. Non ci sono bagni e hanno diritto a una doccia alla settimana in un posto là vicino. Torniamo nel grande piazzale vicino all’entrata, nel frattempo sono arrivati dei furgoni pieni di vestiti e cibo. “Sono sloveni, di Capodistria”, ci dice Laura, “la maggior parte delle associazioni che portano cose non sono di Trieste, tantomeno italiane”. I ragazzi si riversano verso il furgone in modo indisciplinato, i volontari sloveni li organizzano in file più o meno ordinate. Si comincia dalle scarpe, contenute in scatoloni divisi a seconda del numero. Un ragazzo afgano sulla trentina fa da coordinatore, urlando agli altri il numero e distribuendo le scarpe. Ma non è facile tenerli a bada, sono giovani, irruenti, indisciplinati e temono di restare senza scarpe. Finite le scarpe, tocca alla distribuzione del cibo e la ressa aumenta ancora. Cibo in scatola, crackers e cose del genere, ma ci si avventano sopra come se fosse un buffet. Un ragazzo ci passa accanto con le sue scarpe “nuove” (si fa per dire) e ci ringrazia. Arrivano altri volontari di un paio di associazioni triestine a dare una mano. Sono ragazzi della nostra età, volenterosi nel dare una mano ma senza un vero progetto, un’idea di fondo. È lampante come manchi un’organizzazione vera e propria. Il tutto è in mano a poche piccole associazioni che danno il loro contributo ma tutte a loro modo, chi in maniera più organizzata e chi meno. È tempo di andare, ci incamminiamo verso la stazione e ci ritroviamo immersi immediatamente nel tran-tran cittadino, tra automobili, motorini, autobus, gente che passeggia, gente che prende un treno o che è appena arrivata. Chissà quanti tra loro sono consci di cosa succede a pochi metri da lì. È sorprendente quanto il Silos sia così vicino eppure così lontano dalla città, tanto oggetto di discussione ma al contempo oggetto di indifferenza verso chi ci vive in quelle condizioni. Mi vengono in mente le parole di Primo Levi in “Se questo è un uomo”. E mi chiedo, se qualcuno accetta di vivere in una situazione di degrado come questa, dopo aver fatto migliaia di chilometri con mezzi di fortuna e aver rischiato di morire, da cosa scappa? Forse non riusciamo nemmeno a immaginarcelo, da cosa scappano.

Ferrara di Benedetta Storti‏

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Avevamo la bici, ma sempre a mano,
e poi in sella! lanciati giù dalle mura
mi cercavi dietro di te con la paura
di vedermi scivolata nel pantano /
e la Tecolenta rimasta sul piatto
sopravviveva brevemente alle dita
in quella preziosa pace fiorita
del giardinetto degli Schifanoia,
dove a sorrisi distribuivamo gioia
agli avventori pallidi americani
che con un ridicolo italiano:
‘capelaci e cafe vogliamo’.
La Cattedrale tutta s’appoggia
su una statua che d’uomo ha la foggia
e noi ne rubammo un pezzo di muro
per alleviarne il pesante lavoro /
e la Certosa a passo rispettoso
ci riservò qualche antro ombroso
dove proteggerci dallo sguardo violento
di chi immortalato in nobil portamento
morto centotrenta anni or sono
certo non ci avrebbe dato il perdono
per quel bacio rapido e sincero
in quel monumental cimitero.

Sonetto di Benedetta Storti‏

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E’ arrivato il tossicodipendente!
in reparto di Neurologia
per globale amnesia
dopo un brutto incidente.

Il paralitico non deficiente
ripete infinito la litania:
è soluzione alla disartria
tenere sempre parole a mente.

Adesso penso che bel mestiere
per un mese far lo studente
nel reparto di neurologia

quaderni zeppi di appunti su miastenia
differenziali diagnosi di mano cadente
e l’elegante Incontinente sfintere

Una mattina a Plovdiv di Ginevra Morgante‏

Sono le 6.45 quando suona la sveglia nella mia piccola stanza del dormitorio degli studenti di Medicina a Plovdiv.
Non so quale principio fisico governi questo fenomeno, ma da quando sono arrivata non ho trovato nessun problema ad alzarmi a questi orari per me innaturali, ogni giorno.
Questo non significa però che io sia puntuale: ho ancora l’asciugamano avvolto intorno ai capelli bagnati quando la mia compagna di tirocinio Melike, una ragazza turca molto dolce, bussa alla porta della stanza. Panico. Cerco di fare più cose possibile per prepararmi, nel tempo che normalmente sarebbe richiesto ad una persona per aprire la porta di una piccola stanza. Trovo Melike che sorride, come sempre, e disperatamente le dico che mi serve ancora un attimo per asciugarmi i capelli e poi arrivo. Lei sta ancora facendo colazione, sta mangiando una banana (perché non utilizzo anche io lo stesso sistema e invece perdo tanto tempo a fare colazione con calma e poi mi ritrovo a correre?) e mentre mastica solleva le spalle e mi dimostra che non c’è nessun problema.
In pochi minuti finalmente sono pronta e ci incamminiamo verso l’ospedale.
Fa già caldo, siamo a metà Agosto e in questo periodo le temperature a Plovdiv volano verso i quaranta gradi.
Le strade ormai mi sono familiari e quasi quasi mi piace la zona, cosa che mai avrei creduto potesse capitare due settimane prima, quando ero arrivata. Era sera e pioveva a dirotto al mio arrivo, avevo visto in lontananza l’ospedale decadente e l’avevo scambiato per un palazzo abbandonato da chissà quanto tempo. Quando il mio Contact Person me l’aveva indicato come l’ospedale universitario avevo avuto un tuffo al cuore. Le strade intorno all’ospedale erano quelle tipiche di una periferia di una città dell’ex-Unione Sovietica. Palazzoni grigi, strettamente addossati l’uno all’altro e strade un po’ dissestate.
Tra questi per fortuna però spiccava il dormitorio degli studenti, un palazzo nuovo.
Già qualche giorno dopo però mi ero ricreduta sul luogo dove vivevamo. Le strade in fondo erano pulite, c’era in realtà molto verde tra i palazzi e lungo le strade e l’ambiente era molto tranquillo. Forse era stato il grigiore della serata piovosa a nascondere tutto ciò.
Io e Melike camminiamo al sole che ancora non brucia, verso l’ospedale. Temo un po’ questa giornata perché all’interno dei reparti non c’è l’aria condizionata e si soffre abbastanza per il caldo.
Chiacchieriamo allegramente però mentre attraversiamo una zona non trafficata e completamente invasa da sterpaglie, che separa la strada dall’ospedale.
Dall’entrata si arriva subito nel reparto di odontostomatologia, sempre affollatissimo, dove tante persone attendono fuori dagli ambulatori il loro turno, in un angusto corridoio dall’aria stantia. Dall’aspetto sono sempre tutti o Rom o poveri. Dopo tutto sono questi coloro che si rivolgono all’ospedale pubblico e non a quegli ospedali privati modernissimi che si stagliano tra i palazzoni di periferia, subito accanto a quello in cui mi trovo al momento, dalle grandi vetrate illuminate e molto più invitanti, ma purtroppo accessibili solamente ad un’estrema minoranza.
Ci cambiamo e ci dirigiamo verso il reparto di ginecologia. Prendiamo un minuscolo ascensore, uno dei pochi, necessari a tutti i pazienti e parenti che accedono all’ospedale, si sta molto stretti e fa molto caldo. E’ particolare poi perché si ferma nel momento in cui viene aperta la porta a spinta, dai passeggeri. Bisogna quindi fare attenzione ad essere arrivati perfettamente al piano desiderato (e a non volare fuori dall’ascensore inciampando sul pavimento, nel caso ci si fosse fermati un po’ prima di arrivare al livello giusto del piano, come sarebbe capitato a me più volte durante il mese di tirocinio).
Il reparto di ginecologia è piuttosto tranquillo, governato da un primario molto severo.
La dottoressa che seguiamo noi è molto competente e una maga dell’ecografo. Passiamo molto tempo con lei in una piccola stanza dove ci dimostra le sue prodezze. Non hanno molti fondi in questo ospedale e non possono permettersi ecografi di ultima generazione. Ma lei riesce ad ottenerne il meglio e questo le basta. L’ha raccontato a me e Melike un ragazzo tesista che la ammira molto.
E’ molto severa questa dottoressa e non dimostra mai particolare affetto nei nostri confronti ma quando lo trova, ci dedica sempre del tempo per spiegarci qualcosa.
E’ la nostra tutor perché è l’unica, oltre al primario che però è costantemente impegnato, a parlare in inglese nel reparto. Tutti gli altri “no English, no no”, nemmeno gli studenti.
Nonostante ciò ci siamo comunque ambientate all’interno dell’ospedale e abbiamo trovato diversi agganci tra studenti dell’ultimo anno, disponibili a portarci in giro per i reparti e specializzandi.
La cosa più bella però è il rapporto che pian piano si è creato tra me e Melike.
Lei è sempre curiosissima, si pone domande su qualunque cosa veda nei reparti e mi porta quindi a vedere tutto in un’ottica diversa da quella a cui ero abituata. Ci ritroviamo quindi a discutere di ogni caso che incontriamo, di ogni manovra eseguita da un medico o da un infermiere, su ogni aspetto dell’ospedale e del sistema sanitario. Da qui i dibattiti prendono sempre anche altre pieghe e nei momenti vuoti dei tirocini parliamo anche della situazione politica in Turchia, sulle guerre e sugli altri problemi che affliggono l’umanità (ma ovviamente anche di argomenti più leggeri, altrimenti sarei uscita sfinita da questo viaggio).
Si tratta di una di quelle amicizie che non possono che essere destinate a durare per sempre, perché nate in contesti favorevoli, dove le esperienze condivise, costruite su un background simile (siamo entrambe studentesse di Medicina, più o meno della stessa età) ma che è caratterizzato allo stesso tempo anche da importanti differenze culturali, permettono di aprire un confronto su tutti gli ambiti della nostra vita, che non può mai finire di intrecciarsi, di allontanarsi ma per poi ritornare allo stesso punto iniziale, cioè il fatto che siamo due ragazze che hanno deciso di trascorrere un mese assieme in un progetto nato dall’idea di altri ragazzi esattamente come noi.
Vorrei intraprendere un’altra Clerkship per rivivere una nuova amicizia di questo tipo, ma preferisco augurare a chi deve ancora intraprendere questa esperienza la fortuna di trovare una Melike per sé stesso.

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